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LA MOTIVAZIONE AL SUICIDIO. Provare a prevenire in 4 passi

Secondo l’OMS ogni anno si suicidano 16 persone ogni 100.000; la Puglia presenta 3,1 suicidi all’anno ogni 100.000 abitanti quindi al di sotto della media nazionale.
Ma riferendoci nello specifico a Taranto e all’arco temporale di Agosto 20014 si rileva un aumento di suicidi. A Taranto in circa un mese da luglio ed agosto 2014 si contano 6 suicidi e 4 tentativi. 4 semplici passi per cercare di prevenire il suicidio

tabella suicidio taranto tra luglio ed agosto 2014 dr Zinzi Psicologo psicoterapeutaIn letteratura scientifica quando si affronta il tema del suicidio, è ormai chiaro che particolari “assetti” psicopatologici di personalità (il dipendente, il depresso, lo schizofrenico, il bipolare, ecc.) creano una maggiore propensione a commettere un atto estremo. Attualmente l’attenzione scientifica si è rivolta aui vissuti e alle motivazioni che spingono a commettere un tale gesto.
Nell’uomo come già sosteneva Freud in “Al di là del principio del piacere” (1998) esistono e sono innate in noi sia l’istinto alla vita che alla morte:

  • La “pulsione di vita” ci guida alla ricerca del piacere e quindi alla soddisfazione dei nostri bisogni;
  • La “pulsione di morte” è la tendenza al vuoto assoluto pensando quindi di smettere di avere bisogni.

Per fortuna, i bisogni dell’uomo, creano “tensioni” che non sempre vengono vissute come “mancanza e insoddisfazione”, cioè quella tendenza a non desiderare più niente (morte); ma esiste anche il vissuto del “desiderio di godere nuovamente” cioè quella tendenza a conservare la propria vita e godersela. E’ molto utile essere consapevoli che “godere” è una condizione momentanea, quindi comporta, il dover soffrirne la mancanza. Quando il godimento ci soddisfa desideriamo vivere, quando la sofferenza prevale desideriamo morire.
Le motivazioni al suicidio possono essere:

  • esterne, come il desiderio di vendetta, di punizione, di colpa, di ricongiungimento con un caro defunto, una malattia ecc.
  • interne, come la disperazione, il vuoto esistenziale, la mancanza di speranza ecc.

Il sociologo francese Émile Durkheim  nella sua opera “Le suicide”
(1897) raggruppando le varie ricerche degli statisti e positivisti dell’epoca postula che le motivazioni interne a tale gesto risultano irrilevanti rispetto alle condizioni dell’ambiente collettivo. Lo stesso Durkheim (1969) distingue quattro tipologie di Suicidio:

  1. Egoistico, quando un individuo è emarginato socialmente e quindi costretto a affidarsi alle sole risorse personali
  2. Altruistico, quando l’individuo si identifica con l’deale gruppo di appartenenza e la sua cultura
  3. Anomico, quando un individuo conseguentemente al disgregarsi del suo gruppo perde la sua identità
  4. Fatalista, quando l’individuo pensa di appartenere ad un destino dal quale non può svincolarsi.

Successivamente Beck ed al. (1990) in uno studio prospettico su 1958 pazienti ambulatoriali, hanno rilevato che il vissuto di disperazione è correlato al suicidio. Hendin (1991) ha identificato nella “desolazione”, cioè nel vissuto che si ha quando si pensa di non poter raggiungere un determinato obbiettivo/bisogno/cambiamento, uno degli elementi predittivi dell’agito suicidario. Anche il “senso di colpa” rappresenta un altro fattore rilevante nell’auto-distruttività, come rilevato dagli studi sui veterani del Vietnam.
Adler (1949) definisce il suicidio al pari della fuga, della lotta, della collera o della paura, definendolo come una difesa da situazioni psicologiche dolorose in cui vi è una forte svalutazione dell’Io nei suoi aspetti fisici, morali e sociali.
Un recente studio della University of British Columbia (Canada), pubblicato sulla rivista ufficiale della American Association of Suicidology, basato su 120 partecipanti che avevano recentemente tentato il suicidio, ha identificato come cause comuni al suicidio la disperazione ovvero la mancanza di speranze e il dolore emotivo travolgente.

COME si può cercare di PREVENIRE il SUICIDIO, in 4 semplici passi?

Come già detto, il suicidio non è necessariamente la manifestazione di un disturbo mentale o di un raptus, questo ci fa comprendere come nella prevenzione al suicidio l’intervento è davvero complesso ed esteso, tanto da coinvolgere diverse figure come: istituzioni, famigliari, colleghi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti ecc.

Gli interventi di prevenzione al suicidio tanto scontati quanto efficaci possono essere affrontati seguendo questi 4 semplici passi:

  1. Ascolto dei bisogni della persona. Questo rappresenta il passo principale e più importante da fare nei confronti di chiunque. Coloro che hanno la possibilità di ascoltare e quindi rilevare per primi questo rischio sono proprio i parenti, gli amici, i colleghi ecc. Solitamente infatti, ci si confida (o si prova a farlo) con i propri cari, pertanto sono proprio loro ad avere la precedenza nel venire a conoscenza di questo malessere.

  2. Osservare e riconoscere i cambiamenti psico-comportamentali. Le persone a noi vicine oltre a essere i primi ad avere la possibilità di ascoltare i nostri bisogni conoscendoci bene, possono anche “osservare” e quindi possono notare e riconoscere in noi ogni sorta di cambiamento comportamentale (negativo). Il non avere uno scopo di vita, il non nutrire speranze e progetti futuri, l’avere esagerati sensi di colpa, avere difficoltà a godere, difficoltà a condividere, difficoltà nel ricercare emozioni ecc. spinge a manifestare atteggiamenti comportamentali differenti, caratterizzati da disinteresse, rabbia, tristezza, chiusura, disperazione ecc. che sono più facili da notare da parte di chi ci conosce. Può anche accadere che i meccanismi di autodifesa e sconforto spingano la persona in difficoltà alla chiusura e quindi alla mancata espressione dei propri vissuti, quindi non è facile che le persone a lui vicine possano accorgersi delle reali difficolta in cui versa il proprio caro. E’ utile informarsi per meglio riconoscere i segnali di allarme, non riconoscerli non è affatto una colpa infatti spesso questo compito è affidato alla figura professionale dello Psicoterapeuta Psicologo al quale rivolgersi.

  3. Motivare il proprio caro in difficolta a richiedere aiuto, rivolgendosi ad un professionista. L’obiettivo è quello di aiutare la persona a sentirsi sostenuta, ma anche a incoraggiarla verso percorsi di autonomia e di ripresa, migliorando positivamente le proprie aspettative di vita e del proprio futuro.

  4. Chiedere aiuto ad un Professionista della salute mentale;
    Rivolgersi ad uno Psicologo Psicoterapeuta per:
    –ricevere consulenza su come comportarsi in situazioni di rischio, per se stessi o per qualcuno a noi vicino (riconoscendone i segnali di allarme)
    –invio di un famigliare in difficolta e quindi prevenzione del rischio suicidario e psicoterapia
    –poter ricevere supporto e aiuto per una eventuale elaborazione del lutto

     

BIBLIOGRAFIA

  • ADLER A., Il temperamento nervoso, Astrolabio (1949) Roma
  • BECK A.T., STEER R.A., Una risposta a Tomasson: disperazione come un predittore di suicidio. American Journal of Psychiatry, 1990.
  • Émile Durkheim, Il suicidio. Studio di sociologia (Le Suicide, étude de sociologie 1897), 1969 Bur Classici Milano
  • Émile Durkheim, Il suicidio, UTET, 1969 Torino.
  • FREUD S., Al di là del principio del piacere, (Bruno Mondadori, Varese 1998) Bollati Boringhieri, 1977.
  • HENDIN H. The Psychodynamics of Suicide with Particular Reference to theYoung. American Journal of Psychiatry, 1991

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STRUMENTI DIAGNOSTICI per il disturbo da GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO (GAP)

Quando ci si rivolge a un professionista in cerca di aiuto per un disturbo da gioco d’azzardo patologico (GAP), appare utile stabilire l’esistenza del disturbo e valutarne il grado di pervasività nella vita.
Gli strumenti diagnostici per il disturbo da gioco d’azzardo patologico GAP possono essere divisi in due macro categorie: quelli fondati sul Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) e quelli derivanti da altre ipotesi diagnostiche. Gli strumenti Fondati sul DSM. Sono i più diffusi ed utilizzati, ne esistono vari e simili adattamenti a seconda degli autori. Le caratteristiche e i criteri che definiscono il gioco eccessivo, sono presentati nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), pubblicato dall’Associazione Americana di Psichiatria (APA). Il gioco eccessivo viene inserito nella categoria dei disturbi del controllo degli impulsi, visto che è una pratica inadeguata, persistente e ripetuta di gioco, pervasiva nello sviluppo sano della vita di un individuo, tanto da disturbare lo sviluppo personale, familiare o professionale. Qui di seguito riporto alcuni dei questionari utili a valutare il livello di dipendenza da gioco d’azzardo:

Il SOGS South Oaks Gambling Screen (Lesieur e Blume, “The South Oaks gambling Screen SOGS: A new Instrument for the identification of Pathological Gambling”, sept.1987, Am j Psychiatry 14 v4:9). Questo è il questionario più conosciuto nel mondo. Ha ricevuto anche molte critiche, in quanto sovrastima il disturbo contenendo ulteriori domande ai criteri del DSM.
La prima traduzione italiana del SOGS è presente nel testo di Cesare Guerreschi e di Stefania Gander (2000), pp. 137-142.

Il KFG Kurzfragebogen zum Glückspielverhalten (Di Jörg Petry e T. Baulig 1996. Traduzione di Tazio Carlevaro). È un test veloce, di venti domande, di semplice valutazione e molto validato per la popolazione di lingua tedesca, ma è stato anche proposto come strumento unico nel campo del gioco patologico, in Svizzera. (il punteggio delle risposte al questionario va da 0 a 3.)

 BIBLIOGRAFIA
• Carlevaro T. (2000), “Questionario Diagnostico e di Follow-up”, materiale non pubblicato.
• Carlevaro T. (2004), Psico-educazione per chi ha problemi di gioco d’azzardo eccessivo, Hans Dubois, Bellinzona (Svizzera), in CdROM
• Guerreschi C., Gander S. (2000), (“Versione italiana del South Oaks Gambling Screen, SOGS di H.R. Lesieur e S.B. Blume”), in Guerreschi C., Giocati dal gioco, San Paolo, Milano.
• Petry J. (1996), Psychotherapie der Glückspielsucht, Beltz-Verlag, Weinheim (Deutschland).

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