Psicologia Ambientale. Interdipendenza tra ambiente e uomo.

La Psicologia Ambientale.
Interdipendenza tra ambiente e uomo.

La scintilla che diede vita alla nascita della “Psicologia ambientale”, che studia le connessioni tra mondo interno (psichico) e mondo esterno (ambiente), sembra essere scoppiata in USA e risale agli anni ’50; ha poi trovato più consenso agli inizi degli anni settanta, venendo definita “environmental psychology”.

Ponendo meno attenzione alla psicologia del profondo e più alla ricerca empirica, si evince che le ricerche di psicologia sociale hanno, soprattutto negli Stati Uniti, indagato sul modo in cui la vita urbana può avere effetti negativi sulle relazioni sociali e sul comportamento degli individui, quindi sul loro benessere. In questa direzione alcuni studiosi, come gli americani Barker e Wright (1951), alla metà degli anni ‘50, hanno messo a punto delle indagini di «psicologia ecologica» incentrate sul modo in cui i diversi contesti di vita, o contesti comportamentali, presenti nello spazio urbano, influenzano il comportamento degli individui.
Nel 1958 a New York è stato avviato uno studio, finanziato dall’US National Institute of Mental Health, sugli effetti dell’assetto spaziale/architettonico dell’ospedale psichiatrico e il relativo comportamento dei Pazienti.
Il pensiero della psicologia ambientale, partendo dagli USA, si è traferito ben presto in Europa, passando dapprima in Svezia e Inghilterra, luoghi in cui, nelle facoltà di architettura, si creano gruppi di lavoro multidisciplinari per lo sviluppo di strumenti da utilizzare nella progettazione urbana, che quindi tengano conto anche del possibile impatto psicologico delle strutture.
Su tale esempio la psicologia ambientale si è fatta sempre più strada soprattutto in Olanda, Unione Sovietica, Germania e Francia.
Molti studiosi hanno concettualizzato diverse teorie sui processi psicologici connessi a determinate situazioni ambientali. In merito possono essere distinti due indirizzi principali, quali la:

  1. psicologia della percezione, vedi Kohler (1929,1940), Koffka (1935), Wertheimer (1945), J.J. Gibson (1950,1966,1979), Ittelson (1974) ecc. Essa ha definito l’ambiente in termini fisico-percettivi;

  2. psicologia sociale, vedi Kurt Lewin (1951), successivamente Roger Barker (1990), Wright (1951), Stokols e Altman (1987) ecc. Questo indirizzo si è interessato non solo delle caratteristiche costituzionali dell’ambiente e dell’uomo, ma anche, e, soprattutto, della loro interconnessione a livello di reciproche relazioni e forze. È proprio dalla psicologia sociale che vengono estrapolati gli strumenti concettuali e metodologici più appropriati per sviluppare gli studi di psicologia ambientale.

Kurt Lewin (1951) sosteneva che l’ambiente possiede sia qualità fisiche che psicologiche. Anche il concetto di “personalità”, che proviene dal termine latino “persona” e il cui significato etimologico è “maschera”, deve essere interpretato come un intreccio dinamico tra fattori costituzionali e fattori esperienziali, che si sviluppano in un ecosistema ambientale e che quindi ha la sua influenza (Zanichelli, 2012). Il paesaggio urbano è il risultato di una ricostruzione percettiva fatta da parte dell`osservatore; questa percezione può quindi essere sostenuta, facilitata o inibita, tanto dagli elementi fisico-spaziali, quanto dagli aspetti psicologici di natura cognitiva e affettiva, che, insieme ai processi comunicativi e simbolici, concorrono a costruire la sua rappresentazione sociale. Quanto detto sin qui avvalora la concezione che la percezione qualitativa dell’ambiente è influenzata sia dal mondo fisico palpabile che dagli aspetti di natura psicologica individuali e di condivisione collettiva. In letteratura esistono diverse concettualizzazioni di tipo fenomenologico-gestaltista che appaiono particolarmente indicate per meglio spiegare il legame tra la percezione e la rappresentazione dell’ambiente. Come sosteneva Kanizsa, (1978, pp. 45-46) “le proprietà del tutto non sono il risultato della somma delle proprietà delle sue parti”, mentre “La proprietà di una parte dipende dal tutto nel quale è inserita”. In “ecopsicologia/psicologia ambientale” i risultati sperimentali sulla percezione e sulla rappresentazione cognitiva dell’habitat e la teoria confluiscono in un principio indicatore generale, secondo il quale si può sostenere che esistono:
Strutture generali e ricorrenti, che tendono a dare una “buona forma” (Gestalt) alle percezioni contemporanee elementari stimolate dall’ambiente fisico. In altre parole: anche nel caso di ‘oggetti’ molto complessi, come le strutture industriali (ma anche nel caso delle città, delle aree regionali, dello stato dell’ambiente nel suo complesso, ecc.), esistono in qualche modo delle “gestalt” percettive e cognitive ricorrenti, che vanno al di là della semplice somma degli stimoli e delle conoscenze elementari che le compongono nelle loro parti. Ad esempio: un’industria a forte impatto ambientale, come l’Ilva S.p.a di Taranto, oltre ad essere percepita dalla somma delle sue parti (operai, altoforni, ciminiere, strade, reparti, rifiuti, scarichi in mare, tubi ecc.) viene percepita anche in base agli aspetti di natura psicologica individuali e di condivisione collettiva (inquinamento, denaro, morte, lavoro, tumore, malcontento, ricoveri, sofferenza, corruzione, manipolazione dell’informazione, ecc.), che poi diventano esperienza.
La preoccupazione ecologica, dagli anni 50 ad oggi, è diventata un tema molto sentito, sia per l’effettiva gravità della compromissione ambientale, che, in base a quanto teorizzato da Kanizsa (1978, pp. 45-46), per la sua forte capacità evocativa (in termini di simbologie psicologiche profonde) e per l’immagine attuale dell’ambiente sul piano culturale. E’ ormai chiaro che gli esseri umani sono influenzati dalle “atmosfere” ambientali, sia a livello simbolico che motivazionale. Molti sono infatti gli studiosi che si occupano della progettazione e costruzione di spazi di vita esteticamente piacevoli e confortevoli, in cui vi siano presenti elementi naturali, privi di forti agenti stressanti. Gli studi relativi a questa dimensione, hanno messo in evidenza la preferenza per ambienti urbani in cui siano presenti spazi e aree verdi, proprio per l’impatto positivo che hanno sulla vita delle persone, aumentando la salubrità dell’aria e permettendo il recupero psicofisiologico dello stress (restorativeness; cfr. Ulrich, 2001, Simons, Losito, Fiorito, Miles e Zelson, 1991. Korpela, Hartig Kaiser e Fuhrer, 2001), favorendo lo sviluppo del sé e facilitando la socializzazione (Taylor, Wiley, kuo, Sullivan, 1998), soprattutto di bambini e anziani (Wells, 2000) Tuttavia uno studio condotto da Carrus, Bonnes e Passafaro (2004) ha individuato due dimensioni di atteggiamento:

  1. dimensione di Integrazione;

  2. dimensione di Opposizione.

Tali dimensioni indicano la presenza di una sostanziale ambivalenza:
all’atteggiamento positivo conservativo dell’ambiente si accompagna, spesso, una avversione, vissuta più come un problema che come un`opportunità. James Hillman, filosofo e psicoterapeuta di formazione junghiana, ha ideato una psicologia “archetipica”, rivendicando la necessita di riportare la riflessione sulla psiche nel suo rapporto con il mondo esterno. Egli evidenzia il legame fra anima e città e individua nella città i luoghi dove maggiormente riecheggiano le dimensioni psichiche dell’interiorità (Milano, 2004). Hillman infatti sostiene fortemente che in psicoterapia il compito di un buon psicoterapeuta è di ricondurre le sofferenze psichiche individuali alla realtà ambientale in cui gli individui sono inseriti. Per offrire un ulteriore e più attuale sostegno a quanto detto sin ora sul condizionamento che l’ambiente ha sul comportamento e la psiche dell’uomo, è utile notare che negli ultimi tempi si sta imponendo il “marketing olfattivo”. I clienti vengono condizionati da odori specifici atti a modificare l’umore, allo scopo di renderli meglio disposti, o meno diffidenti, verso i prodotti da prendere. Passeggiando, mentre si fa shopping, è quindi possibile che una parte degli odori invitanti dei negozi provengano da diffusori elettronici, caricati con sostanze chimiche odorose specifiche. Vale l’esempio di quel che avveniva a Taranto, in una via centrale: veniva diffuso davanti ad una pasticceria “Il Principe” un piacevole odore di cannella, che invitava ad acquistare le sfogliate calde, sfornate in quel momento.
È evidente quindi che l’ambiente condiziona il modo di percepire la realtà, influenzando a sua volta l’assetto psichico dei suoi “fruitori”. Qui la nostra attenzione si sposta agli insediamenti industriali di grosse dimensioni, ormai sparsi in tutto il mondo (vedi Ilva Spa, Eni, Cementir, inceneritori vari ecc…) e ci si domanda quanto essi influiscano sulla psiche dei cittadini. Le città spesso, e a discapito della popolazione, sono molto vicine a tali obsoleti “diffusori ultratecnologici”; sono bombardate da cattivo odore, rumore, emissioni di sostanze tossiche (varie), che spesso sforano i limiti imposti. Barker e Wright, con il concetto di “penetrazione”, distinguono i contesti accessibili da quelli inaccessibili; essi portano la psicologia allo studio dell’esperienza che l’uomo ha del suo ambiente e che quindi influenza le sue rappresentazioni interne, in quanto spazio fisico in cui si muovono e vivono. Si potrebbe ipotizzare che, un territorio come Taranto, da tempo devastato dall’industrializzazione selvaggia, risulti inaccessibile proprio a causa delle rappresentazioni interne originate da tale condizione. Questo condizionerebbe, in senso negativo, anche la percezione delle sue bellezze (mare, archeologia, cittadini, ecc) Lewin (1936), avvicinandosi molto alla psicologia ambientale e quindi al concetto di rappresentazione dell’ambiente, ha sviluppato un modello topologico, identificando lo spazio di vita con il concetto di campo, a sua volta orientato da una struttura cognitiva dinamica, quindi da bisogni, forze, tensioni e spostamenti. Kurt Lewin, formulò la famosa equazione:

C =f`(PxA)

In essa C, cioè il comportamento umano, con i relativi processi psicologici che lo accompagnano, è funzione (f) sia delle caratteristiche della persona (P), che di quelle dell’ambiente (A) in cui si realizza (Lewin, 1951). Tra gli studiosi “classici” che si sono occupati di percezione e psicologia ambientale emerge Ittelson (1973 p.62), che, nonostante riscopra le componenti qualitative gestaltiche, quindi il concetto di spazio di vita, di struttura organizzata e di fisiognomica del campo percettivo, ignora Lewin e gli psicologi gestaltisti. Ittelson afferma che tutti gli ambienti hanno una loro “atmosfera”, ed, anche se essa è di difficile definizione, ha un forte peso ed importanza sull’uomo. Per questo autore l’ambiente e vissuto come parte di un’attività sociale e appare costituito da delle qualità estetiche specifiche e ben determinate; egli infatti sostiene che non esistono ambienti neutri e, soprattutto, che ogni ambiente ha sempre qualità sistemiche, quindi le varie componenti ed eventi sono in relazione reciproca. In breve, uomo ed ambiente non sono mai indipendenti, ma si influenzano reciprocamente e tutte le parti di questa diade sono attive.
Ogni suggestione sensoriale, interessando diversi sensi, ha quindi un effetto di attrazione o repulsione all’interno della psiche; l’ambiente quindi condiziona il campo percettivo, rendendo difficile per l’uomo prendere decisioni realmente autonome (come riportano gli autori Fornara F. e Mura M.). Un allievo di Lewin, Roger Barker, definì le unità ambientali come composte da caratteristiche fisiche e sociali dell’ambiente, infatti egli identifica gli spazi di vita (setting) come strutture semistabili tra comportamento e ambiente in cui sono individuabili attributi sia fisici che comportamentali, frutto dell’adattamento reciproco (Barker, l969).
La struttura fisica degli spazi di vita, è quindi in combinazione con la pressione sociale e al conformismo; attiva la selezione dei frequentatori e il programma comportamentale da applicare in quello specifico contesto. Quindi lo spazio di vita, sia fisico che relazionale, contribuisce nello sviluppo di quell’insieme di sequenze comportamentali prescritte e ordinate nel tempo, utili per le attività e gli scambi tra le persone e gli oggetti che i soggetti vivono nel corso della socializzazione e che riaffermano e modificano la percezione sulla realtà. In conclusione, si sostiene che l’individuo dà forma e modifica l’ambiente, mentre l’ambiente offre vincoli e possibilità che ne influenzano le scelte.
Una volta assodata l’interdipendenza tra ambiente ed individuo, 1’attenzione di alcuni studiosi si è spostata sulla possibilità di distinguere tra percezione vera e propria e processo immaginativo. Masini (1979) evidenzia la continuità tra immagini e percezione in termini costruttivistici, convergendole attraverso il concetto di “sintesi figurale”. Kanizsa (1979) parla di processi percettivi primari e secondari, affermando che i processi immaginativi hanno grossa rilevanza, quasi maggiore dei processi percettivi: sia il “vedere” che il “pensare” vanno al di là della informazione data secondo leggi e modi differenti. Anche Downs, Stea (1973) e Perussia (1986) approfondiscono il concetto di “immagine” utilizzato in ecopsicologia; essi identificano la strutturazione cognitiva del1`ambiente come il frutto di un processo interpretativo dei dati percettivi (Downs e Stea, 1973; Perussia, 1986 b), quindi ciò che percepiamo, essendo interpretato, subisce le influenze dell’esperienza dell’osservatore. Bartlert (1932) definisce l’immagine come il risultato di tutta la conoscenza accumulata con l’esperienza che l’individuo ha di se stesso e del mondo. L’immagine quindi non è costituita dalla sola rappresentazione, ma anche dai valori, dalle relazioni e da tutto ciò che ha costituito l’individuo e i suoi apprendimenti. Gibson nel 1979, riporta che le modalità transattive di base si articolano in quattro dimensioni interconnesse:

  1.  “rappresentazione spaziale“, ossia la percezione dell’ambiente

  2.  “valutazione ambientale”, quindi atteggiamenti o preferenze individuali e condivise

  3.  “reazioni” o risposte al1’impatto dell’ambiente, cioè stress, emozioni ecc.

  4.  “azioni”, quindi il comportamento spaziale

La stessa configurazione fisico-spaziale dei setting (il layout), a livello percettivo-sensoriale, è qualcosa di dotato di specifiche “affordances” (qualità), ovvero di oggetti/caratteristiche le cui proprietà di “invarianza funzionale”, permanenti e specie-specifiche (lo sono solo in relazione ad osservatori appartenenti ad una specie), sono percepite come utili per il soddisfacimento di bisogni specifici, in pratica lo scopo della percezione è l’adattamento (Gibson 1979). Sono tante le evidenze a favore della interdipendenza uomo-ambiente. Tutto questo appare ancora più evidente se si pensa alle grandi “forze di campo” offerte dall’ambiente sull’uomo. Come sostiene Kohler (1947, pp. 160-161) “sono ben pochi i soggetti in grado di udire il rombante “crescendo” di un tuono lontano come un fatto sensoriale neutro; alla massima parte di noi esso suona “minaccioso”. In sede di percezione, le varie condizioni del tempo meteorologico risultano analogamente compenetrate di caratteristiche psicologiche. Allo stesso modo parliamo di giorni tranquilli, agitati, tetri e lieti. Aggettivi consimili si attribuiscono a paesaggi naturali, a vedute di città e via dicendo”. Anche Ash (1952, pp. 195-196) evidenzia quanto l’ambiente porti sempre un “tono espressivo di base”: “il cielo, le montagne e il mare, la terra stessa esprimono gioia, potenza e minaccia. Queste qualità danno un carattere di drammatica realtà alla nostra esperienza ambientale e determinano il nostro modo di affrontare le cose. Parrebbe che le caratteristiche che noi chiamiamo espressive siano tra le prime che osserviamo e alle quali rispondiamo”. Proprio da questa connessione tra uomo ed ambiente l’ecopsicologia ha fatto derivare uno dei più importanti suoi postulati: “noi ci vediamo come radicati nell’ambiente circostante” (Ash, 1952, p. 318). Gli uomini vogliono che il mondo abbia per loro un significato, vogliono sentirsi in rapporto significativo con il loro ambiente.
Come abbiamo già detto, negli ultimi anni la psicologia ambientale ha preso sempre più piede, spostando la sua attenzione dagli interessi per la realizzazione architettonica ad un più globale costrutto di teorie che vanno dalle scienze bio-fisiche a quelle ecologiche, che mirano allo sviluppo umano sostenibile. Quindi che si chiami psicologia ambientale, o anche eco-psicologia, o come la chiama Pol nel 1993 utilizzando il termine di “psicologia verde”, o vedi Bonnes e Bonaiuto, che nel 2002 utilizzano il termine di “psicologia ambientale dello sviluppo sostenibile”, appare evidente quanto importante sia amare e rispettare il proprio ambiente, proprio come estensione di noi stessi.

 

Per approfondimenti sulla possibile connessione tra la psiche e l’inquinamento leggi anche gli articoli:

1 – Psicologia Ambientale. Interdipendenza tra ambiente e uomo.
2 – Ambiente e identità. Gli effetti psicologici dell’inquinamento

 

1. Identità di sé
2. Identità sociale
3. Identità di luogo
4. Stress ambientale/Frustrazione
5. Stress e impotenza appresa
6. Effetti dovuti allo stress/inquinamento ambientale
-sulla fisiologia
-sulle relazioni interpersonali
-sui compiti cognitivi
-sui comportamenti
-sulla psiche
7. adattamento allo stress
8. percezione del rischio Ambiente e identità. Gli effetti psicologici dell’inquinamento.

3 – Ecco qui di seguito una raccolta delle poche ricerche scientifiche sull’argomento:

4 – Il Caso (ILVA e non solo) Taranto (INQUINA-MENTE)

Immaginazione o realtà?

“Ipotesi” sulle cause ed effetti psicologici dell’inquinamento a Taranto.  Stimoli ed eventi traumatici subiti e “possibili” reazioni psicologiche dei cittadini.

Bibliografia INQUINA-MENTE
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Scarica l’EBOOK:
INQUINA-MENTE-copertina-dr-Zinzi-NARCISSUS“INQUINAMENTE”. Psiche ed inquinamento. Immaginazione o realtà?
“Ipotesi” sulle cause ed effetti psicologici dell’inquinamento.  Stimoli ed eventi traumatici subiti e “possibili” reazioni psicologiche dei cittadini.

ISBN:
9786050369953

Editore: Narcissus Self Publishing
Data di pubblicazione:  2015

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