LA FOTOTERAPIA

LA FOTOTERAPIA.
L’utilizzo delle foto in psicoterapia, utile strumento per rileggere la propria storia
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LA FOTOTERAPIA. L’utilizzo delle foto in psicoterapia, utile strumento per rileggere la propria storia. Avete notato quante emozioni vi suscita riguardare delle vostre vecchie foto? Quanti ricordi che pensavate di aver dimenticato affiorano? Talvolta riemergono gli odori, i suoni, i colori e tutto quello che esse rappresentano per noi!!

Abbiamo foto appese in camera, nei cassetti, abbiamo foto di famiglia incorniciate in salotto, smartphone pieni di attimi belli e brutti, momenti di vita ormai trascorsi e che comunque rimangono parte di noi. Sono tanti i significati che le fotografie hanno nella nostra vita così come sono tante le mutazioni che esse hanno nella società: Sembra buffo al giorno d’oggi pensare che un tempo, per avere un proprio ritratto bisognava ricorrere ad un ritrattista pittore, invece oggi grazie all’avvento delle macchine fotografiche digitali, ed ancor più dei telefonini il concetto di fotografia è radicalmente cambiato. Da quando la fotografia nacque nel XIX secolo, quando era chiamata “dagherrotipia” dal nome del suo inventore Louise Jacque Mondè Daguerre ad oggi, l’avvento e diffusione del digitale ha allontanato la fotografia del suo originario significato. Lo scopo iniziale delle fotografie era quello di essere il mezzo con il quale congelare degli attimi, delle emozioni, degli eventi importanti, dei ricordi, sono stata utilizzate anche in ambito clinico per vari scopi; oggi invece l’attuale significato della fotografia sembra essere più vicino al mondo dell’artefatto che a quello della realtà. E’ ovvio infatti dedurre e notare che le foto odierne dovendo essere utilizzate nella realtà virtuale e spesso nei social network vengono realizzate al fine di mostrarsi e quindi attirare “like”, “retweett”, “pin” ecc.[1], sembrando quindi appartenere ad un mondo illusorio. Data la diffusione degli smartphone ormai ovunque è possibile avere una macchina fotografica a portata di mano, infatti, se non si ha una corretta educazione nell’uso del telefonino in molti casi si può cadere in un atteggiamento compulsivo nell’utilizzo degli scatti fotografici.

In molte circostanze di vita quotidiana, assistiamo a scene in cui le persone utilizzano i loro obiettivi, spinti da personali bisogni, si sorride osservando le varie reazioni delle persone di fronte ad uno scatto: c’è chi insicuro scatta selfie in continuazione controllandone compulsivamente la riuscita; c’è chi più narcisista riguardando la foto con amici ripete più volte di essere venuto male attendendosi di essere contraddetto e gratificato; c’è chi di indole più evitante è convinto di essere venuto male in foto, pertanto non la guarda nemmeno; c’è chi più introverso e con più bassa autostima riguardando la fotografia in modo furtivo e imbarazzato chiede di cancellarla; c’è chi essendo ancora un bambino quindi con un sé ancora in evoluzione, ama rivedersi mostrandosi soddisfatto e divertito.

Ognuno di noi riguardando una foto ha una sua differente reazione e vissuto; per ognuno di noi la fotografia con il suo realismo e catarsi assume un senso simbolico unico e soggettivo e che spesso è dipendente al periodo di vita in cui la si guarda, dagli odori memorizzati, colori, ricordi… che ne riaffiorano.

[1] Aprendo una parentesi “leggera” per comprendere meglio l’uso e significato attuale delle foto ed in particolare dei selfie nei social network, è utile citare una comica e abbastanza satirica (anche se forse troppo scurrile nel linguaggio) serie amatoriale chiamata “Behind A Selfie”.e realizzata da uno “youtuber” di nome Federico Clapis

Spesso in un percorso di psicoterapia chiedo ai miei clienti di raccontarmi la loro storia. Oltre alla narrazione personale fatta di parole utilizzo anche quella per immagini. Chiedo di frugare negli album di famiglia, nei cassetti, nei telefonini, nei pc…  e di cercare foto che possano aiutarci a raccontare e ricostruire la loro storia  di vita. Chiedo di ordinare le foto partendo da quelle dei primi anni di vita sino al presente, in un racconto fatto di foto e ricordi che possano mettere ordine alla loro storia. Si possono scegliere le foto più significative, e se il cliente ne porta tante, verranno scelte alcune foto da conservare ed alcune da mettere in sfondo non utilizzandole e dando un senso al materiale scelto.

Il lavoro sugli album fotografici offre tanti spunti per lavorare. Nel raccontarsi emergono nuove consapevolezze su se stessi, sulla propria famiglia, sul proprio ruolo e modo di “essere” nei vari momenti di vita e durante la costruzione della propria identità personale.

Personalmente, ritengo che in Psicoterapia, l’utilizzo di questa tecnica è molto utile in tuttle le sue fasi:

  • Fase autonoma di scelta delle foto. Quando ci si troverà a casa soli, o nella casa dei propri genitori a frugare nei cassetti, album ecc. cercando foto, si potrà avere la possibilità di iniziare in modo intimo e personale a raccogliere le varie tracce di sè notandone nuove chiavi di lettura.

  • Fase di lavoro psicoterapeutico vero e proprio. Quando le foto verranno mostrate in seduta esse potranno offrire vari spunti di riflessione, potranno essere utilizzate come via per l’accesso a ricordi ed emozioni da esplorare e rielaborare assumendo un grande valore psicoterapeutico. L’atto del narrarsi offre la possibilità di rispecchiarsi nel terapeuta che a sua volta ne restituisce la sua “unicità”. Il compito principale del terapeuta è quello di facilitare e guidare il paziente nel percorso di scoperta e crescita personale attraverso l’esplorazione e interazione con le sue foto, cartoline, immagini di riviste, biglietti d’auguri, amuleti ecc. Le fotografie in terapia possono facilitare il cliente nel divenire più consapevole della propria identità fisica e psichica quindi rafforzare la propria autostima. A volte una foto viene considerata un’immagine definita e limitata con un suo significato preciso, altre volte banale o addirittura piena di significati nuovi e diversi.

 

BREVI CENNI DI STORIA dell’utilizzo DELLE FOTO in TERAPIA

Uno dei pionieri nell’utilizzo della fotografia in ambito psichiatrico fu Hugh Diamond, fotografo e psichiatra del “manicomio” del Surrey County Lunatic Asylum dal 1848 al 1858. Diammond fotografò tutti i suoi pazienti. Inizialmente provò ad utilizzare le foto a scopo diagnostico, egli cercava di catturare con l’obbiettivo tratti caratteristici delle varie psicopatologie quasi come fece Lombroso nei suoi studi di fisiognomica criminale. Successivamente si rese conto che i suoi pazienti quando si riguardavano in foto acquisivano maggiore consapevolezza di se stessi, presentando diversi progressi psico-fisici.

Negli stessi anni circa, Jacob Levi Moreno, ideatore dello Psicodramma, usava spesso le fotografie per iniziare delle sedute di gruppo. Lo Psicodramma di Moreno sembra essere stato un utile spunto per i successivi progetti di Fototerapia avviati negli anni 80’ da Jo Spence. Egli, altro pioniere della fototerapia consiglia di: “utilizzare la fotografia per curare noi stessi, prendendo sempre in considerazione la possibilità della trasformazione attiva”, in pratica suggerisce l’esplorazione delle proprie fotografie di vita come strumento per acquisire maggiore consapevolezza e quindi utilizzarle per modificare delle parti di sé, al fine di migliorarsi.

Carl Ramson Rogers, padre della psicoterapia ad approccio umanista, non-direttivo e centrato sul cliente, sempre intorno alla metà degli anni 40’, durante le sue terapie si serviva delle fotografie utilizzandole come stimoli introspettivo-esplorativi.

Già negli anni 60’, l’ideatrice della tecnica proiettiva dello “scenotest” Gerhild Von Staabs, nelle sue terapie utilizzava vari “oggetti simbolici” come bambole, corde, ecc., ma anche le fotografie al fine di far costruire ai suoi clienti delle scene che poi venivano analizzate.

Nel 1967 Marshall McLuhan, lamentava il fatto che nel 900 nonostante la fotografia avesse ormai preso piede “raccontando” l’esistenza di diverse persone e famiglie, essa era ancora poco utilizzata in psicologia e nel percorso di conoscenza del sé, ma non per questo era un mezzo meno potente di esplorazione interiore.

Negli anni 70’, lo psicoanalista Heinz Kohut, specialista in disturbi narcisistici di personalità, approfondiva grazie all’ausilio di fotografie portate dal paziente, lo studio anamnestico, di valutazione e di diagnosi del paziente potendone cogliere anche gli aspetti salienti della sua infanzia.

Era il 1975 quando la psicologa e arte-terapista, Judy Weiser, scrisse il primo articolo J. Weiser, Photography as a verb in “The BC photographer”, 1975, (disponibile al link: www.phototherapy-centre.com) nel quale utilizzando la parola  “Fototerapia”, spiegava come appunto l’impiego della foto in psicoterapia potesse essere un utile strumento di comunicazione intima e interpersonale per comprendere meglio la propria storia personale attraverso  la narrazione di sé . Dopo che nel 1979, negli Stati Uniti si svolse il primo convegno internazionale di Fototerapia la J. Weiser e nel 1982 aprì un “Photo Teraphy Centre” a Vancouver in Canada, archivio e sede dei corsi in cui venivano insegnate le tecniche da utilizzare in psicoterapia con l’ausilio delle foto.

Judy Weiser e Linda Berman (1993) hanno usato la “Fototerapia” in un setting di psicoterapia, al fine di facilitare la crescita e l’esplorazione del vissuto emotivo interiore mettendolo anche in rapporto al contesto famigliare.

Successivamente sia in letteratura che in pratica sono stati molti gli studiosi che si sono espressi favorevoli e convinti del potere terapeutico che hanno le foto. Oggi, sono davvero tante e varie le tecniche utilizzate in seduta a fini terapeutici. Gli scatti sono spesso usati all’interno del setting come stimolo psicoterapeutico, in quanto facilitante l’esplorazione del proprio mondo emozionale intimo, familiare ed anche del mondo extrafamigliare ristretto.

 

 

Bibliografia

  • Bermann L., La fototerapia in psicologia clinica. Metodologia e applicazioni. Edizioni Erikson, 1996
  • Carl Ramson Rogers, Terapia centrata sul cliente, Psycho (2000)
  • Demetrio D., Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano, 1996
  • Gerhild von Staabs, The Scenotest: A Practical Technique for Understanding Unconscious Problems and Personality Structure, Hogrefe & Huber (1991)
  • Heinz Kohut, Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio-Ubaldini (1986)
  • Jacob Levi Moreno, Manuale di Psicodramma: il teatro come terapia, Astrolabio (1985)
  • Jo Spence, Putting Myself in the Picture: a Political, Personal and Photographic Autobiography, Camden Press (1986)
  • Jung C. G., L’uomo e suoi simboli, Longanesi, Milano, 1980
  • Marshall McLuhan, The Medium is the Massage: An Inventory of Effects with Quentin Fiore, produced by Jerome Agel 1967; 1st ed. Random House; reissued by Gingko Press, 2001. ISBN 1-58423-070-3.
  • Piccini F., Ri-Vedersi, guida all’uso dell’autoritratto fotografico per la scoperta e la costruzione del sè, Red Edizioni, Milano 2008
  • Piccini F., Tra Arte e Terapia, utilizzi clinici dell’autoritratto fotografico, Cosmopolis, Torino 2010.
  • Terry Dennett, The Wounded Photographer: The Genesis of Jo Spence’s Camera Therapy, Afterimage nov-dec (2001)
  • Tucker J., ‘Diamond, Hugh Welch (1809–1886) ’, Oxford Dictionary of National Biography, Oxford University Press, 2004, accessed 2 Oct 2013
  • Terry Dennett, Jo Spence’s camera therapy: personal therapeutic photography as a response to adversity, European Journal of Psychotherapy & Counselling (2009)
  • Weiser J., PhotoTherapy Tecnique, exploring the secrets of personal snapshots and family albums, PhotoTherapy Centre Publischers, Vancouver 1999. (Fototerapia. Metodologia e applicazioni cliniche, Franco Angeli, 2013)
  • Weiser J., Photography as a verb in “The BC photographer”, 1975, disponibile al link: phototherapy-centre.com.

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