Tag: Psicoterapia

OTTOBRE 2018 Mese del Benessere Psicologico “Studi Aperti”

Anche quest’anno ad ottobre 2018 lo studio di Psicologia e Psicoterapia Clinica e di Comunità del Dr Ettore Zinzi partecipa al MESE DEL BENESSERE PSICOLOGICO e alla iniziativa organizzata dall’Ordine Nazionale degli Psicologi “Studi Aperti”Il dr Zinzi aprirà  le porte del suo studio per un giorno  a chiunque voglia prenotare un primo appuntamento conoscitivo e/o di consulenza in una delle 2 sedi :

– Taranto (74121)—Via Campania, 10
Visualizza MAPPA Studio di Psicologia e Psicoterapia Dr Ettore Zinzi Via Campania, 10, Taranto
– Palagiano (74019)—Via A. Segni angolo Via S. Pertini
Visualizza MAPPA Studio psicologo psicoterapeuta Ettore Zinzi Via A. Segni Palagiano (Ta)

riceve previa prenotazione telefonica, chiamando al

3477604431

Qualora non rispondesse inviare SMS con nome e motivo della chiamata e verrete ricontattati

*Il Mese del Benessere Psicologico è un’iniziativa volta a diffondere la cultura del benessere psicologico, sposando la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per cui “la salute è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non la semplice assenza di malattia”. L’attività di sensibilizzazione della cittadinanza al concetto di benessere psicologico passa attraverso l’organizzazione di attività di consulenza e la promozione della professionalità dello psicologo come figura che previene l’emergere del disagio e della malattia, promuove il benessere, favorisce uno scambio relazionale sano durante tutto il ciclo di vita, sostiene le persone durante le fasi di maggiore criticità.

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LA FOTOTERAPIA

LA FOTOTERAPIA.
L’utilizzo delle foto in psicoterapia, utile strumento per rileggere la propria storia
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LA FOTOTERAPIA. L’utilizzo delle foto in psicoterapia, utile strumento per rileggere la propria storia. Avete notato quante emozioni vi suscita riguardare delle vostre vecchie foto? Quanti ricordi che pensavate di aver dimenticato affiorano? Talvolta riemergono gli odori, i suoni, i colori e tutto quello che esse rappresentano per noi!!

Abbiamo foto appese in camera, nei cassetti, abbiamo foto di famiglia incorniciate in salotto, smartphone pieni di attimi belli e brutti, momenti di vita ormai trascorsi e che comunque rimangono parte di noi. Sono tanti i significati che le fotografie hanno nella nostra vita così come sono tante le mutazioni che esse hanno nella società: Sembra buffo al giorno d’oggi pensare che un tempo, per avere un proprio ritratto bisognava ricorrere ad un ritrattista pittore, invece oggi grazie all’avvento delle macchine fotografiche digitali, ed ancor più dei telefonini il concetto di fotografia è radicalmente cambiato. Da quando la fotografia nacque nel XIX secolo, quando era chiamata “dagherrotipia” dal nome del suo inventore Louise Jacque Mondè Daguerre ad oggi, l’avvento e diffusione del digitale ha allontanato la fotografia del suo originario significato. Lo scopo iniziale delle fotografie era quello di essere il mezzo con il quale congelare degli attimi, delle emozioni, degli eventi importanti, dei ricordi, sono stata utilizzate anche in ambito clinico per vari scopi; oggi invece l’attuale significato della fotografia sembra essere più vicino al mondo dell’artefatto che a quello della realtà. E’ ovvio infatti dedurre e notare che le foto odierne dovendo essere utilizzate nella realtà virtuale e spesso nei social network vengono realizzate al fine di mostrarsi e quindi attirare “like”, “retweett”, “pin” ecc.[1], sembrando quindi appartenere ad un mondo illusorio. Data la diffusione degli smartphone ormai ovunque è possibile avere una macchina fotografica a portata di mano, infatti, se non si ha una corretta educazione nell’uso del telefonino in molti casi si può cadere in un atteggiamento compulsivo nell’utilizzo degli scatti fotografici.

In molte circostanze di vita quotidiana, assistiamo a scene in cui le persone utilizzano i loro obiettivi, spinti da personali bisogni, si sorride osservando le varie reazioni delle persone di fronte ad uno scatto: c’è chi insicuro scatta selfie in continuazione controllandone compulsivamente la riuscita; c’è chi più narcisista riguardando la foto con amici ripete più volte di essere venuto male attendendosi di essere contraddetto e gratificato; c’è chi di indole più evitante è convinto di essere venuto male in foto, pertanto non la guarda nemmeno; c’è chi più introverso e con più bassa autostima riguardando la fotografia in modo furtivo e imbarazzato chiede di cancellarla; c’è chi essendo ancora un bambino quindi con un sé ancora in evoluzione, ama rivedersi mostrandosi soddisfatto e divertito.

Ognuno di noi riguardando una foto ha una sua differente reazione e vissuto; per ognuno di noi la fotografia con il suo realismo e catarsi assume un senso simbolico unico e soggettivo e che spesso è dipendente al periodo di vita in cui la si guarda, dagli odori memorizzati, colori, ricordi… che ne riaffiorano.

[1] Aprendo una parentesi “leggera” per comprendere meglio l’uso e significato attuale delle foto ed in particolare dei selfie nei social network, è utile citare una comica e abbastanza satirica (anche se forse troppo scurrile nel linguaggio) serie amatoriale chiamata “Behind A Selfie”.e realizzata da uno “youtuber” di nome Federico Clapis

Spesso in un percorso di psicoterapia chiedo ai miei clienti di raccontarmi la loro storia. Oltre alla narrazione personale fatta di parole utilizzo anche quella per immagini. Chiedo di frugare negli album di famiglia, nei cassetti, nei telefonini, nei pc…  e di cercare foto che possano aiutarci a raccontare e ricostruire la loro storia  di vita. Chiedo di ordinare le foto partendo da quelle dei primi anni di vita sino al presente, in un racconto fatto di foto e ricordi che possano mettere ordine alla loro storia. Si possono scegliere le foto più significative, e se il cliente ne porta tante, verranno scelte alcune foto da conservare ed alcune da mettere in sfondo non utilizzandole e dando un senso al materiale scelto.

Il lavoro sugli album fotografici offre tanti spunti per lavorare. Nel raccontarsi emergono nuove consapevolezze su se stessi, sulla propria famiglia, sul proprio ruolo e modo di “essere” nei vari momenti di vita e durante la costruzione della propria identità personale.

Personalmente, ritengo che in Psicoterapia, l’utilizzo di questa tecnica è molto utile in tuttle le sue fasi:

  • Fase autonoma di scelta delle foto. Quando ci si troverà a casa soli, o nella casa dei propri genitori a frugare nei cassetti, album ecc. cercando foto, si potrà avere la possibilità di iniziare in modo intimo e personale a raccogliere le varie tracce di sè notandone nuove chiavi di lettura.

  • Fase di lavoro psicoterapeutico vero e proprio. Quando le foto verranno mostrate in seduta esse potranno offrire vari spunti di riflessione, potranno essere utilizzate come via per l’accesso a ricordi ed emozioni da esplorare e rielaborare assumendo un grande valore psicoterapeutico. L’atto del narrarsi offre la possibilità di rispecchiarsi nel terapeuta che a sua volta ne restituisce la sua “unicità”. Il compito principale del terapeuta è quello di facilitare e guidare il paziente nel percorso di scoperta e crescita personale attraverso l’esplorazione e interazione con le sue foto, cartoline, immagini di riviste, biglietti d’auguri, amuleti ecc. Le fotografie in terapia possono facilitare il cliente nel divenire più consapevole della propria identità fisica e psichica quindi rafforzare la propria autostima. A volte una foto viene considerata un’immagine definita e limitata con un suo significato preciso, altre volte banale o addirittura piena di significati nuovi e diversi.

 

BREVI CENNI DI STORIA dell’utilizzo DELLE FOTO in TERAPIA

Uno dei pionieri nell’utilizzo della fotografia in ambito psichiatrico fu Hugh Diamond, fotografo e psichiatra del “manicomio” del Surrey County Lunatic Asylum dal 1848 al 1858. Diammond fotografò tutti i suoi pazienti. Inizialmente provò ad utilizzare le foto a scopo diagnostico, egli cercava di catturare con l’obbiettivo tratti caratteristici delle varie psicopatologie quasi come fece Lombroso nei suoi studi di fisiognomica criminale. Successivamente si rese conto che i suoi pazienti quando si riguardavano in foto acquisivano maggiore consapevolezza di se stessi, presentando diversi progressi psico-fisici.

Negli stessi anni circa, Jacob Levi Moreno, ideatore dello Psicodramma, usava spesso le fotografie per iniziare delle sedute di gruppo. Lo Psicodramma di Moreno sembra essere stato un utile spunto per i successivi progetti di Fototerapia avviati negli anni 80’ da Jo Spence. Egli, altro pioniere della fototerapia consiglia di: “utilizzare la fotografia per curare noi stessi, prendendo sempre in considerazione la possibilità della trasformazione attiva”, in pratica suggerisce l’esplorazione delle proprie fotografie di vita come strumento per acquisire maggiore consapevolezza e quindi utilizzarle per modificare delle parti di sé, al fine di migliorarsi.

Carl Ramson Rogers, padre della psicoterapia ad approccio umanista, non-direttivo e centrato sul cliente, sempre intorno alla metà degli anni 40’, durante le sue terapie si serviva delle fotografie utilizzandole come stimoli introspettivo-esplorativi.

Già negli anni 60’, l’ideatrice della tecnica proiettiva dello “scenotest” Gerhild Von Staabs, nelle sue terapie utilizzava vari “oggetti simbolici” come bambole, corde, ecc., ma anche le fotografie al fine di far costruire ai suoi clienti delle scene che poi venivano analizzate.

Nel 1967 Marshall McLuhan, lamentava il fatto che nel 900 nonostante la fotografia avesse ormai preso piede “raccontando” l’esistenza di diverse persone e famiglie, essa era ancora poco utilizzata in psicologia e nel percorso di conoscenza del sé, ma non per questo era un mezzo meno potente di esplorazione interiore.

Negli anni 70’, lo psicoanalista Heinz Kohut, specialista in disturbi narcisistici di personalità, approfondiva grazie all’ausilio di fotografie portate dal paziente, lo studio anamnestico, di valutazione e di diagnosi del paziente potendone cogliere anche gli aspetti salienti della sua infanzia.

Era il 1975 quando la psicologa e arte-terapista, Judy Weiser, scrisse il primo articolo J. Weiser, Photography as a verb in “The BC photographer”, 1975, (disponibile al link: www.phototherapy-centre.com) nel quale utilizzando la parola  “Fototerapia”, spiegava come appunto l’impiego della foto in psicoterapia potesse essere un utile strumento di comunicazione intima e interpersonale per comprendere meglio la propria storia personale attraverso  la narrazione di sé . Dopo che nel 1979, negli Stati Uniti si svolse il primo convegno internazionale di Fototerapia la J. Weiser e nel 1982 aprì un “Photo Teraphy Centre” a Vancouver in Canada, archivio e sede dei corsi in cui venivano insegnate le tecniche da utilizzare in psicoterapia con l’ausilio delle foto.

Judy Weiser e Linda Berman (1993) hanno usato la “Fototerapia” in un setting di psicoterapia, al fine di facilitare la crescita e l’esplorazione del vissuto emotivo interiore mettendolo anche in rapporto al contesto famigliare.

Successivamente sia in letteratura che in pratica sono stati molti gli studiosi che si sono espressi favorevoli e convinti del potere terapeutico che hanno le foto. Oggi, sono davvero tante e varie le tecniche utilizzate in seduta a fini terapeutici. Gli scatti sono spesso usati all’interno del setting come stimolo psicoterapeutico, in quanto facilitante l’esplorazione del proprio mondo emozionale intimo, familiare ed anche del mondo extrafamigliare ristretto.

 

 

Bibliografia

  • Bermann L., La fototerapia in psicologia clinica. Metodologia e applicazioni. Edizioni Erikson, 1996
  • Carl Ramson Rogers, Terapia centrata sul cliente, Psycho (2000)
  • Demetrio D., Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano, 1996
  • Gerhild von Staabs, The Scenotest: A Practical Technique for Understanding Unconscious Problems and Personality Structure, Hogrefe & Huber (1991)
  • Heinz Kohut, Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio-Ubaldini (1986)
  • Jacob Levi Moreno, Manuale di Psicodramma: il teatro come terapia, Astrolabio (1985)
  • Jo Spence, Putting Myself in the Picture: a Political, Personal and Photographic Autobiography, Camden Press (1986)
  • Jung C. G., L’uomo e suoi simboli, Longanesi, Milano, 1980
  • Marshall McLuhan, The Medium is the Massage: An Inventory of Effects with Quentin Fiore, produced by Jerome Agel 1967; 1st ed. Random House; reissued by Gingko Press, 2001. ISBN 1-58423-070-3.
  • Piccini F., Ri-Vedersi, guida all’uso dell’autoritratto fotografico per la scoperta e la costruzione del sè, Red Edizioni, Milano 2008
  • Piccini F., Tra Arte e Terapia, utilizzi clinici dell’autoritratto fotografico, Cosmopolis, Torino 2010.
  • Terry Dennett, The Wounded Photographer: The Genesis of Jo Spence’s Camera Therapy, Afterimage nov-dec (2001)
  • Tucker J., ‘Diamond, Hugh Welch (1809–1886) ’, Oxford Dictionary of National Biography, Oxford University Press, 2004, accessed 2 Oct 2013
  • Terry Dennett, Jo Spence’s camera therapy: personal therapeutic photography as a response to adversity, European Journal of Psychotherapy & Counselling (2009)
  • Weiser J., PhotoTherapy Tecnique, exploring the secrets of personal snapshots and family albums, PhotoTherapy Centre Publischers, Vancouver 1999. (Fototerapia. Metodologia e applicazioni cliniche, Franco Angeli, 2013)
  • Weiser J., Photography as a verb in “The BC photographer”, 1975, disponibile al link: phototherapy-centre.com.

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AUTOSTIMA

AUTOSTIMA , una marcia in più !!!
9 CONSIGLI per migliorare la propria autostima e sentirsi a proprio agio.

Sentirsi inferiori agli altri è sintomo di bassa autostima. Essere brutti, essere bassi, essere grassi, essere condizionati dall’aspetto estetico di una parte del nostro corpo concentrandoci sui brutti e strani piedi, mento, collo, capelli ecc….  è invalidante e condiziona il nostro modo di vivere queste nostre “differenti” caratteristiche.
L’autostima si sviluppa nel corso della nostra vita grazie a una serie di vissuti avuti nei vari contesti di vita; Bracken ha sviluppato il Modello Multidimensionale dell’Autostima”:

“L’autostima si evolve in svariati contesti ambientali in cui i bambini e gli adolescenti si trovano ad agire più o meno attivamente: relazioni interpersonali, controllo sull’ambiente, emotività, successo scolastico, vita familiare, vissuto corporeo” (Bracken, 1992, p. 19).

“L’autostima si evolve in svariati contesti ambientali in cui i bambini e gli adolescenti si trovano ad agire più o meno attivamente: relazioni interpersonali, controllo sull’ambiente, emotività, successo scolastico, vita familiare, vissuto corporeo” (Bracken, 1992, p. 19)La bassa autostima induce al complesso d’inferiorità che è quella condizione psichica che non permette di accettarsi come si è, con le proprie particolarità e differenze. In quest’ottica tutti gli altri sono migliori e più capaci di raggiungere determinati obbiettivi, quindi ci si mette al secondo posto svalutandosi e premettendo agli altri di fare la stessa cosa.

La BASSA AUTOSTIMA induce diverse sintomatologie come:

  • Insoddisfazione cronica. Non si è mai in grado di attribuire a se stessi le proprie vittorie dando importanza maggiore alle sconfitte, impedendo di gioire ed essere appagati da quello che si fa.

  • Aggressività. . La frustrazione porta a prendersela anche con gli altri e a reagire in modo aggressivo tentando di mascherare l’insicurezza.

  • Competitività. Svalutandosi ci si mette nella condizione a volte anche inconscia e celata di voler dimostrare il contrario confrontando in continuazione se stessi con gli altri e cercando quindi di mostrarsi migliori di chiunque.

  • Dipendenza. Viste le difficoltà nel auto-gratificarsi si dipende spesso dagli atri cercando in loro il modo per trovare gratificazione, conferma, consenso.

  • Paura di rischiare. Si tende ad essere passivi con scarso spirito di iniziativa per paura di sbagliare o essere giudicati incompetenti.

  • Agitazione continua. Spesso come sfogo dell’insoddisfazione si cerca sempre di fare di più non fermandosi mai e quindi si è irrequieti e non ci si riesce a rilassare.

  • Solitudine. Non essendo soddisfatti nel rapporto con gli altri ci si sente soli e non si è mai contenti delle attenzioni ricevute dagli amici e famigliari.

  • Esagerazione, ansia. Spesso si esagera cercando ad esempio di essere perfetti, cosa assolutamente sbagliata oltre che impossibile in quanto la perfezione non esiste. Spesso accade che si fanno diverse ore di esercizio fisico cercando di rendere il proprio corpo perfetto.

  • Ostentazione. Può accadere che in pubblico si evidenziano delle proprie particolarità o status proprio come difesa e per compensare il personale vissuto di inferiorità.

La bassa autostima condiziona il pensiero. Gli insuccessi infatti vengono vissuti come gravi carenze personali, spesso infatti ci si illude di dover essere perfetti e visto che ci si concentra nei propri difetti non si riescono a vedere le proprie qualità e potenzialità. In questa ottica, gli insuccessi lavorativi vengono vissuti come carenza di competenze; ad esempio un relazione terminata viene vissuta come la prova dell’avere problemi, di essere bassi, di essere brutti, dell’avere un brutto carattere ecc..
Se non ci si apprezza da soli è ovvio che anche gli altri siano autorizzati a non farlo, è inoltre piuttosto difficile migliorare se non ci si vuole bene e non si accettano i propri difetti e limiti.  
Albert Einstein diceva “E’ da folli aspettarsi risultati diversi facendo le stesse cose e nello stesso modo!”

COSA FARE per migliorare la propria autostima e sentirsi a proprio agio?

La chiave per vivere bene con noi stessi ed in armonia con l’esterno è proprio quella capacità di conoscere ed accettare i propri limiti valorizzando i personali punti di forza.
E’ molto utile contestualizzare i propri difetti chiedendosi rispetto a chi e a cosa si è penalizzati? e soprattutto perché, a chi e cosa abbiamo da dimostrare?
Una persona con una sana autostima non ha alcuna necessità e bisogno di dimostrare continuamente quanto vale, in quanto conosce ed accetta i propri limiti, valorizza i propri punti di forza e non ha bisogno di approvazione e riconoscimento da parte degli altri. Quando si valorizzano i propri punti di forza infatti, si ottengono dei risultati eccellenti con quello che si ha superando i propri limiti.

 

9 CONSIGLI per MIGLIORARE L’AUTOSTIMA e sentirsi a proprio agio:

  1. Amarsi. Abbiamo tutti il dovere di volerci bene e riuscire a coccolarci da soli. E’ opportuno spendere del tempo a prenderci cura di noi, vestendo come ci piace, pettinandoci, profumandoci, andando dal dentista ecc.

  2. Accettarsi. Piacersi anche con difetti, aiuta ad essere liberi e spontanei in ogni situazione.

  3. Valorizzarsi. E’ molto utile ricordare le proprie qualità e i propri successi.

  4. Essere ottimisti. E’ utile guardare “il mezzo bicchiere pieno”, è utile focalizzarsi sul lato positivo delle situazioni.

  5. Essere Assertivi. Sviluppando l’abilità di affermare se stessi in modo costruttivo, essendo attivi, poco aggressivi e facendo scelte responsabili. Esprimendo quindi la capacità di autoaffermazione soggettiva autentica ed efficace.

  6. Vivere nel “qui ed ora”. E’ opportuno essere concentrati sul presente per godere delle piccole mete raggiute e fare in modo che gli insuccessi vengano vissuti nel momento in cui avvengono e non oltre. Il passato ci è utile come base di apprendimento al fine di non ripetere errori già commessi; il futuro invece ci è utile per avere una direzione, ambizione, scopo ecc.; il presente per costruire e godere dei successi che si ottengono.

  7. Dare importanza al linguaggio corporeoAssumere una mimica positiva, di apertura, sorriso, posizione eretta, aiuta a sentirci anche psicologicamente meglio e soprattutto a rimandare nell’altro una immagine buona di noi stessi quindi predisporlo a noi.

  8. Coltivare le Aree di Vita. Il Modello Multidimensionale dell’autostima (vedi figura sopra) evidenzia che essa è composta da vari contesti in cui viviamo pertanto essi vanno stimolati e coltivati al fine di essere vivi e attivi nella nostra vita. Quindi è molto utile:
    -mantenere buone relazioni famigliari, amicali, sociali; -coltivare i propri interessi impegnandosi nel lavoro, scuola, tempo libero;
    -dare importanza e valorizzare le proprie emozioni e vissuto corporeo;
    – imparare a gestire le varie realtà e contesti.

  9. Psicoterapia. Capita di non riuscire da soli a risolvere le proprie difficoltà è consigliabile in quei casi rivolgersi quanto prima possibile ad uno psicoterapeuta che attraverso un percorso di psicoterapia possa aiutare a correggere le insicurezze e le proprie distorsioni cognitive (errori di valutazione). Ci sono casi in cui la marcata bassa autostima può portare a veri e propri disturbi di personalità come: dipendenza affettiva, disturbo narcisistico di personalità (con autostima ipertrofica finalizzata a mascherare l’insicurezza), disturbi dell’alimentazione, disturbi dell’umore o disturbi d’ansia. La Psicoterapia ad approccio Umanistico Integrato essendo eclettica e centrata sulla persona risulta molto utile per risolvere tale difficoltà

 

BIBLIOGRAFIA

  • Bracken, B.A. (1992). MSCS-Multidimensional Self-Concept Scale. Austin (Texas): RP_ED. Trad. it. Testi di valutazione multidimensionale dell’autostima. Trento: Edizioni Erickson, 2003
  • Bandura, (2000). Il senso di autoefficacia, Trento, Casa editrice Centro Studi Erickson.
  • Branden (2004). I sei pilastri dell’autostima, Milano, Casa editrice Corbaccio
  • Giusti E.; Testi A. (2006) L’ autostima, 224 p., brossura, Sovera Edizioni (collana Psicoterapia e counseling)

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Ipocondria-Disturbo d’Ansia di malattia

Continua preoccupazione di essere affetti da una malattia?
Ipocondria (DSM IV-Tr)?
Disturbo d’Ansia di malattia (DSM V)?
Guarire dalla “malattia che non c’è” è possibile!

Ipocondria--ansia-di-malattia-dr.E.Zinzi-psicologo-taranto

Il termine ipocondria deriva dal greco ὑποχόνδρια, essa è una parola composta dal suffisso ὑπό che significa sotto e χονδρίον che significa cartilagine del diaframma costale: quindi già in antichità a conferma di quanto oggi sappiamo con certezza, il malore riguarda quindi l’addome sede delle principali emozioni, come la melanconia. Un disturbo caratterizzato dalla convinzione di avere una malattia, nonostante tutti gli esami medici siano negativi. Spesso il soggetto, nella sua mente, trasforma dei fisiologici lievi sintomi fisici, in segni caratteristici di qualche grave patologia. L’attenzione si focalizza sul sentire le proprie sensazioni corporee o segni fisici, producendo dubbi sulla loro natura, con il risultato di trovare similitudini con sintomi di malattie gravi. La preoccupazione riguardo la propria salute è costante, tendenzialmente catastrofica e difficile da regolare. La persona ha fatica a pensare ad altro, appare assorbito dai dubbi di malattia. Solitamente chi ne soffre pensa di essere una persona fragile, vulnerabile, debole, con basse difese fisiche. Si tratta tutto sommato di una credenza, che però, condiziona il senso della propria identità. Questa paura si sviluppa nella prima infanzia, a contatto con le figure significative di riferimento che, spesso, confermano questa immagine di fragilità. Si può manifestare in qualsiasi momento di vita ma compare spesso nella prima età adulta e nel passaggio all’età senile.
In psicologia e psichiatria tale disturbo è molto noto, nel 1958 lo psichiatra E. Wulff ipotizzò che negli ipocondriaci il corpo diventa l’espressione della paura di morire. Lo psichiatra ha evidenziato che nei pazienti studiati emerge sempre un’inquietante mancanza di fiducia nel sostegno del proprio corpo, infatti, gli ipocondriaci esigono dai medici prove, conferme e continue garanzie sulla propria salute.

DIAGNOSI
In psicologia e psichiatria tale disturbo viene trattato e nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM IV-Tr i criteri diagnostici per l’Ipocondria sono i seguenti:

  1. La preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una malattia grave, basate sulla erronea interpretazione di sintomi somatici da parte del soggetto.
  2. La preoccupazione persiste nonostante la valutazione e la rassicurazione medica appropriate.
  3. La convinzione di cui al Criterio A non risulta di intensità delirante (come nel Disturbo Delirante, Tipo Somatico) e non è limitata a una preoccupazione circoscritta all’aspetto fisico (come nel Disturbo di Dismorfismo Corporeo).
  4. La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo oppure menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.
  5. La durata dell’alterazione è di almeno 6 mesi.
  6. La preoccupazione non è meglio attribuibile a Disturbo d’Ansia Generalizzato, Disturbo Ossessivo-Compulsivo, Disturbo di Panico (Senza Agorafobia e Con Agorafobia), Episodio Depressivo Maggiore, Ansia di Separazione, o un altro Disturbo Somatoforme.

Specificare se con Scarso Insight:
se, per la maggior parte del tempo durante l’episodio in atto, la persona non è in grado di riconoscere che la preoccupazione di avere una malattia grave è eccessiva o irragionevole.

Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali in versione aggiornata DSM V, l’ipocondria è stata definita “Disturbo d’Ansia di malattia”. Distinto a seconda dell’intensità della preoccupazione di avere/contrarre una grave malattia, in assenza di sintomi somatici o se presenti solo in forma lieve. I i criteri diagnostici sarebbero i seguenti:

  1. Preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia.
  2.  I sintomi somatici non sono presenti, o se presenti solo di lieve entità. Se è presente un’altra condizione medica o vi è un rischio elevato di svilupparla (per esempio in presenza di importante familiarità), la preoccupazione è chiaramente eccessiva o sproporzionata.
  3. È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e l’individuo si allarma facilmente riguardo al proprio stato di salute.
  4. L’individuo attua eccessivi comportamenti correlati alla salute (es: controlla ripetutamente il proprio corpo cercando segni di malattia) o presenta un evitamento disadattivo(per es., evita visite mediche o ospedali).
  5. La preoccupazione per la malattia è presente da almeno 6 mesi ma la specifica patologia temuta può cambiare nel corso di tale periodo di tempo
  6. La preoccupazione riguardante la malattia non è meglio spiegata da un altro disturbo mentale come il disturbo da sintomi somatici, il disturbo di panico, il disturbo d’ansia generalizzata, il disturbo di dismorfismo corporeo, il disturbo ossessivo compulsivo o il disturbo delirante (tipo somatico).

Specificare quale:
Tipo richiedente l’assistenza
Tipo evitante l’assistenza

AUTOVALUTAZIONE LIVELLO DI ANSIA DI MALATTIA
Scarica il test
anteprima-test-KFG-petry-azzardo-dr-ZinziNel testo “Conosci la tua personalità” di Hans Eysenck e Glenn Wilson -2000, Tradotto da Magliano L. Editore BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (collana Superbur benessere), viene presentato un semplice e veloce strumento di autovalutazione del proprio livello di ipocondria rispondendo ad un elenco di domande. Ecco il riadattamento del Test  effettuato dal Dr.Zinzi.

 

PENSIERI E REAZIONI PSICOLOGICHE
I pensieri e le reazioni psicologiche che caratterizzano questo disturbo sono svariati; i più comuni possono essere:

  • Convinzione di non essere in salute

  • Si tende ad esagerare su vari sintomi.

  • Si ha la consapevolezza di essere disturbati da questi problemi ma non ci si riesce a controllare

  • Non si è consapevoli che si tratta di un disturbo psichico ma si è convinti di avere una seria malattia

  • La malattia che spesso ossessiona il soggetto ipocondriaco interessa le più importanti funzioni vitali.

– Il Cuore; si teme di avere un disturbo cardiaco, paura di avere un infarto, ictus ecc.
– Il cervello; si teme di avere delle funzioni cognitive compromesse.
– I polmoni, si teme di avere insufficienze respiratorie, pertanto si può rischiare di soffocare.
– Il soma; si teme di avere un grave problema alla pelle.
– L’apparato muscolare e scheletrico; si teme di avere una malattia invalidante avendo paura di non riuscire più a muoversi.
– La Vista; si teme di diventare cechi.
– Il sistema immunitario; si teme di essere contagiosi, di poter essere contagiati o di contagiare gli altri.
  • Si è completamente assorbiti dal disturbo e si passa diverso tempo a parlarne e a caccia della malattia. Si chiede a diverse persone o si ricerca in internet informazioni sui sintomi.

  • Rispetto al sottoporsi ad uno specialista ci sono due possibili reazioni. Una è quella di effettuare tutte le visite mediche possibili. Spesso l’ipocondriaco si reca dallo specialista certo di aver trovato la sua autodiagnosi precisa. Altra reazione può essere caratterizzata da evitamento delle possibili visite diagnostiche sicuri e impauriti di ricevere notizie nefaste.

  • Si cambiano diversi medici, con la convinzione che non siano bravi a trovare una malattia.

  • Il soggetto cerca e riesce a trovare persone che possano rassicurarlo, ma egli stesso non ne trae alcun giovamento, se non momentaneo.

COSA FARE
1. Non cambiare il proprio medico di riferimento dato che egli non riesce a risolvere la problematica,  infatti si tratta di un disturbo di natura psicologica non medica.
2. Evitare di cadere in “overload of informations” effettuando continue ricerche in internet, condizione che favorisce l’aggravarsi e la comparsa di nuovi sintomi disturbanti (cybercondria).
3. Evitare i vari media (tv, giornali ecc…) nei quali si affrontano malattie gravi.
4. Rivolgersi il prima possibile ad uno Psicologo specializzato in Psicoterapia. Lo psicoterapeuta potrà aiutare il cliente nella gestione dell’ansia e delle ossessioni, e successivamente lavorare per eliminarne le cause.
5.Qualora i pensieri fossero persistenti tanto da rendere impossibile al soggetto la gestione della sua normale vita quotidiana, appare opportuno rivolgersi ad uno psichiatra al fine di farsi prescrivere dei farmaci per alleviare la pervasività psicologica del disturbo e riuscire quindi ad affrontare un percorso Psicoterapeutico. Gli psicofarmaci generalmente somministrati sono i cosiddetti antidepressivi. I più utilizzati sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) – come per esempio la fluoxetina, la fluvoxamina e la paroxetina – e gli antidepressivi triciclici, come per esempio la clomipramina e l’imipramina.
6. Qualora il cliente non avesse la vera e propria coscienza della malattia ma solo il dubbio, inizialmente si rivolgerà ai familiari i quali possono aiutarlo offrendo una visione più oggettiva di quanto accade. In tal caso il paziente si sarà rivolto a ogni genere di medico specialista senza rivolgersi ad alcun professionista della salute mentale, pertanto i familiari, dovranno proporre uno psicoterapeuta nel modo più empatico possibile, evitando le ormai obsolete stigmatizzazioni (es.: sono pazzo, cosà dirà la gente ecc…).
LA PSICOTERAPIA
La tendenza generale è quella di maledire il proprio disturbo e i vari sintomi, invece dovrebbe essere condiviso il fatto che i sintomi psicosomatici devono essere “ringraziati” visto che essi rappresentano l’unico modo che il nostro corpo e la nostra mente sono riusciti a trovare per avvisarci delle nostre trascurate difficoltà. Spesso, la preoccupazione di avere una malattia si configura come una vera e propria ossessione, o se più lieve, rimane comunque correlata all’ansia e/o depressione.
In Psicoterapia, la cura dell’ipocondria è molto praticata. Le varie scuole di pensiero hanno ideato diversi modelli di intervento rivendicandone la paternità e l’efficacia. Ogni individuo è differente dall’altro, pertanto, ogni specifico approccio è più indicato ad un cliente o un altro.
Rivolgersi ad uno Psicoterapeuta ad approccio Integrato appare la scelta più semplice e indicata, proprio perché tale approccio tende a dare spazio alle varie tecniche dei differenti modelli, adattandole al cliente e alle sue particolarità, così come un abito viene cucito da un sarto.
La Terapia Integrata offre buone possibilità di prognosi e come in tutte le psicoterapie è necessaria la collaborazione da parte del cliente, il quale deve credere nel percorso che vuole affrontare, oltre che ovviamente, nel professionista e anche nella psicologia. Qualora il cliente si affacci alla psicoterapia con la convinzione che non potrà guarire, ogni sforzo di cura diverrà vano, lo stesso vale se “vuole essere guarito” delegando al terapeuta tutto il lavoro da fare senza mettersi quindi in gioco.
Lo Psicoterapeuta lavorando a livello cognitivo si occuperà quindi delle distorsioni cognitive. Cercherà di fare emergere nel cliente la consapevolezza degli errori di valutazione fatti circa i suoi stati psicofisici.
Anche attraverso tecniche di Psicoeducazione si affrontano le stesse tematiche insegnando al cliente e alla sua famiglia le caratteristiche principali del disturbo psichico in atto e i metodi migliori per guarire. I familiari, inoltre, vengono sostenuti offrendo loro dei consigli su come è meglio comportarsi nei confronti del loro parente.
In psicoterapia il problema viene anche affrontato a livello comportamentale cercando di costruire risposte alternative agli stimoli ansiogeni, oltre che le classiche strategie di evitamento. Si lavora inoltre su nuove sperimentazioni “sane” alternative e sostitutive dei comportamenti.
Attraverso l’esplorazione interna si cerca rielaborare elementi di vita traumatici e poco affrontati dal cliente che rappresentano le cause profonde del disturbo.
Come nella Psicoterapia Rogersiana tutto questo percorso viene affrontato cercando di essere il più vicini possibile ai bisogni del cliente, rispettandolo e stimolandolo nel suo percorso evolutivo di crescita intima.
Bibliografia
  • American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders , Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana: Masson, Milano.
  • American Psychiatric Association (2014) Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali Quinta edizione (DSM 5). Cortina Editore
  • BASAGLIA F. (1956): Il corpo nell’ipocondria e nella depersonalizzazione, Riv. Sper. Fren. 80, 159.
  • Taylor S., Thordarson D.S., Jang K.L., Asmundson G.J.G. (2006). Genetic and environmental origins of health anxiety; a twin study. World Psychiatry, 5, pp. 47-50
  • Taylor, S., Asmundson, G.J.G. (2009) “Hypochondriasis and Health anxiety” in Martin, M.A., Stein, M.B. (a cura di) Oxford Handbook of Anxiety and Related Disorders, Oxford University Press.
  • Taylor, S., Asmundson, G.J.G. (2004) Treating Health Anxiety. A Cognitive-behavioral approach. New York, Guilford Press.
  • Taylor, S., Asmundson, G.J.G. (2005) It’s not all in your head. How worrying about your health could be making you sick and what you can do about it. New York, Guilford Press
  • Wells, A. (1999) Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia, Mc Graw Hill

 

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Suicidi e tentativi di suicidio a Taranto giugno-novembre 2014

QUASI 2 SUICIDI AL MESE A TARANTO (giugno-novembre)
Dopo il “picco” dei gesti di disperazione avuti ad agosto fortunatamente a Taranto diminuiscono i gesti estremi di questo tipo, anche se purtroppo, di fatto, i suicidi continuano.

Il suicidio non è necessariamente la manifestazione di un disturbo mentale o di un raptus, questo ci fa comprendere come nella prevenzione al suicidio l’intervento è davvero complesso ed esteso, tanto da coinvolgere diverse figure come: istituzioni, famigliari, colleghi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti ecc.

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Aggiornamento tabella dal 2 giugno al 11 novembre 2014
9 Suicidi e 6 tentativi di suicidio a Taranto
(noti dalla stampa)

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LA MOTIVAZIONE AL SUICIDIO. Provare a prevenire in 4 passi

Secondo l’OMS ogni anno si suicidano 16 persone ogni 100.000; la Puglia presenta 3,1 suicidi all’anno ogni 100.000 abitanti quindi al di sotto della media nazionale.
Ma riferendoci nello specifico a Taranto e all’arco temporale di Agosto 20014 si rileva un aumento di suicidi. A Taranto in circa un mese da luglio ed agosto 2014 si contano 6 suicidi e 4 tentativi. 4 semplici passi per cercare di prevenire il suicidio

tabella suicidio taranto tra luglio ed agosto 2014 dr Zinzi Psicologo psicoterapeutaIn letteratura scientifica quando si affronta il tema del suicidio, è ormai chiaro che particolari “assetti” psicopatologici di personalità (il dipendente, il depresso, lo schizofrenico, il bipolare, ecc.) creano una maggiore propensione a commettere un atto estremo. Attualmente l’attenzione scientifica si è rivolta aui vissuti e alle motivazioni che spingono a commettere un tale gesto.
Nell’uomo come già sosteneva Freud in “Al di là del principio del piacere” (1998) esistono e sono innate in noi sia l’istinto alla vita che alla morte:

  • La “pulsione di vita” ci guida alla ricerca del piacere e quindi alla soddisfazione dei nostri bisogni;
  • La “pulsione di morte” è la tendenza al vuoto assoluto pensando quindi di smettere di avere bisogni.

Per fortuna, i bisogni dell’uomo, creano “tensioni” che non sempre vengono vissute come “mancanza e insoddisfazione”, cioè quella tendenza a non desiderare più niente (morte); ma esiste anche il vissuto del “desiderio di godere nuovamente” cioè quella tendenza a conservare la propria vita e godersela. E’ molto utile essere consapevoli che “godere” è una condizione momentanea, quindi comporta, il dover soffrirne la mancanza. Quando il godimento ci soddisfa desideriamo vivere, quando la sofferenza prevale desideriamo morire.
Le motivazioni al suicidio possono essere:

  • esterne, come il desiderio di vendetta, di punizione, di colpa, di ricongiungimento con un caro defunto, una malattia ecc.
  • interne, come la disperazione, il vuoto esistenziale, la mancanza di speranza ecc.

Il sociologo francese Émile Durkheim  nella sua opera “Le suicide”
(1897) raggruppando le varie ricerche degli statisti e positivisti dell’epoca postula che le motivazioni interne a tale gesto risultano irrilevanti rispetto alle condizioni dell’ambiente collettivo. Lo stesso Durkheim (1969) distingue quattro tipologie di Suicidio:

  1. Egoistico, quando un individuo è emarginato socialmente e quindi costretto a affidarsi alle sole risorse personali
  2. Altruistico, quando l’individuo si identifica con l’deale gruppo di appartenenza e la sua cultura
  3. Anomico, quando un individuo conseguentemente al disgregarsi del suo gruppo perde la sua identità
  4. Fatalista, quando l’individuo pensa di appartenere ad un destino dal quale non può svincolarsi.

Successivamente Beck ed al. (1990) in uno studio prospettico su 1958 pazienti ambulatoriali, hanno rilevato che il vissuto di disperazione è correlato al suicidio. Hendin (1991) ha identificato nella “desolazione”, cioè nel vissuto che si ha quando si pensa di non poter raggiungere un determinato obbiettivo/bisogno/cambiamento, uno degli elementi predittivi dell’agito suicidario. Anche il “senso di colpa” rappresenta un altro fattore rilevante nell’auto-distruttività, come rilevato dagli studi sui veterani del Vietnam.
Adler (1949) definisce il suicidio al pari della fuga, della lotta, della collera o della paura, definendolo come una difesa da situazioni psicologiche dolorose in cui vi è una forte svalutazione dell’Io nei suoi aspetti fisici, morali e sociali.
Un recente studio della University of British Columbia (Canada), pubblicato sulla rivista ufficiale della American Association of Suicidology, basato su 120 partecipanti che avevano recentemente tentato il suicidio, ha identificato come cause comuni al suicidio la disperazione ovvero la mancanza di speranze e il dolore emotivo travolgente.

COME si può cercare di PREVENIRE il SUICIDIO, in 4 semplici passi?

Come già detto, il suicidio non è necessariamente la manifestazione di un disturbo mentale o di un raptus, questo ci fa comprendere come nella prevenzione al suicidio l’intervento è davvero complesso ed esteso, tanto da coinvolgere diverse figure come: istituzioni, famigliari, colleghi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti ecc.

Gli interventi di prevenzione al suicidio tanto scontati quanto efficaci possono essere affrontati seguendo questi 4 semplici passi:

  1. Ascolto dei bisogni della persona. Questo rappresenta il passo principale e più importante da fare nei confronti di chiunque. Coloro che hanno la possibilità di ascoltare e quindi rilevare per primi questo rischio sono proprio i parenti, gli amici, i colleghi ecc. Solitamente infatti, ci si confida (o si prova a farlo) con i propri cari, pertanto sono proprio loro ad avere la precedenza nel venire a conoscenza di questo malessere.

  2. Osservare e riconoscere i cambiamenti psico-comportamentali. Le persone a noi vicine oltre a essere i primi ad avere la possibilità di ascoltare i nostri bisogni conoscendoci bene, possono anche “osservare” e quindi possono notare e riconoscere in noi ogni sorta di cambiamento comportamentale (negativo). Il non avere uno scopo di vita, il non nutrire speranze e progetti futuri, l’avere esagerati sensi di colpa, avere difficoltà a godere, difficoltà a condividere, difficoltà nel ricercare emozioni ecc. spinge a manifestare atteggiamenti comportamentali differenti, caratterizzati da disinteresse, rabbia, tristezza, chiusura, disperazione ecc. che sono più facili da notare da parte di chi ci conosce. Può anche accadere che i meccanismi di autodifesa e sconforto spingano la persona in difficoltà alla chiusura e quindi alla mancata espressione dei propri vissuti, quindi non è facile che le persone a lui vicine possano accorgersi delle reali difficolta in cui versa il proprio caro. E’ utile informarsi per meglio riconoscere i segnali di allarme, non riconoscerli non è affatto una colpa infatti spesso questo compito è affidato alla figura professionale dello Psicoterapeuta Psicologo al quale rivolgersi.

  3. Motivare il proprio caro in difficolta a richiedere aiuto, rivolgendosi ad un professionista. L’obiettivo è quello di aiutare la persona a sentirsi sostenuta, ma anche a incoraggiarla verso percorsi di autonomia e di ripresa, migliorando positivamente le proprie aspettative di vita e del proprio futuro.

  4. Chiedere aiuto ad un Professionista della salute mentale;
    Rivolgersi ad uno Psicologo Psicoterapeuta per:
    –ricevere consulenza su come comportarsi in situazioni di rischio, per se stessi o per qualcuno a noi vicino (riconoscendone i segnali di allarme)
    –invio di un famigliare in difficolta e quindi prevenzione del rischio suicidario e psicoterapia
    –poter ricevere supporto e aiuto per una eventuale elaborazione del lutto

     

BIBLIOGRAFIA

  • ADLER A., Il temperamento nervoso, Astrolabio (1949) Roma
  • BECK A.T., STEER R.A., Una risposta a Tomasson: disperazione come un predittore di suicidio. American Journal of Psychiatry, 1990.
  • Émile Durkheim, Il suicidio. Studio di sociologia (Le Suicide, étude de sociologie 1897), 1969 Bur Classici Milano
  • Émile Durkheim, Il suicidio, UTET, 1969 Torino.
  • FREUD S., Al di là del principio del piacere, (Bruno Mondadori, Varese 1998) Bollati Boringhieri, 1977.
  • HENDIN H. The Psychodynamics of Suicide with Particular Reference to theYoung. American Journal of Psychiatry, 1991

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