12 risultati per gioia

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Kahlil Gibran“IL PROFETA ” recensione di Simona De Pace.

“Ho conosciuto il mare meditando su una goccia di rugiada.”

Kahlil Gibran“IL PROFETA ” recensione di Simona De Pace.

Il Profeta di Kahlil Gibran, è un libro pubblicato nel 1923, sicuramente un testo di grande impatto che racchiude in sé spiritualità e saggezza. Le pagine scorrono velocemente, si legge tutto d’un fiato. L’autore attraverso la scrittura in prosa poetica, esprime concetti di profondità che riguardano l’esistenza e l’essenza dell’uomo, come gioia, dolore, giustizia, amore, libertà morte, bene e male.

Questa storia inizia con la partenza del Profeta dalla città di Orfalese nella quale ha vissuto tutti questi anni meditando nella completa solitudine.  La nave è giunta per riportarlo alla terra natale.

Nel susseguirsi degli eventi, vengono poste molte domande al Profeta, che risponde con passione per tutto il suo viaggio alla gente che incontra, che sia un uomo, un astronomo, un poeta;
ad esempio lungo il suo cammino, una donna domandò: Parlaci del dolore. Ed egli rispose: “Il dolore è la rottura dell’involucro che racchiude la vostra comprensione. Come il nocciolo del frutto deve rompersi, affinché il suo cuore possa stare al sole, così voi dovete conoscere il dolore”.

“Quando l’amore vi chiama, seguitelo, sebbene le sue vie siano difficili ed erte, e quando vi avvolge con le sue ali cedetegli, anche se la lama nascosta fra le piume potrà ferirvi, quando vi parla credetegli, sebbene la sua voce possa frantumare i vostri sogni…”

Il profeta dona al lettore molti spunti per riflettere, non rappresenta un libro da leggere una sola volta ma un libro da tenere sempre a portata di mano, e rileggere quando sentiamo la necessità di avere quel conforto che solo la saggezza può darci, leggere spesso aiuta ad affrontare la quotidianità con più coraggio e forza. Per il protagonista del testo, tutto è necessario ogni emozione ogni cosa, tutto fa parte del mondo; si affrontano tematiche complesse ma con un linguaggio quasi diretto al lettore.

Ci sono molti riferimenti all’ideale religioso, che si declina in giustizia, fratellanza, amore verso il prossimo. Risposte, di un mondo di carta che toccano la profondità dell’animo e della gente dal cuore grande, per chi vive con leggerezza che non vuol dire superficialità, un testo per chi ha una sensibilità in più e dunque può ritenersi fortunato perché solo chi riesce ad avere una sensibilità spiccata può arrivare a capire certi concetti per altri potrebbe essere un libro come un altro, manciate d’inchiostro gettate sulla carta, ma per chi ha  il senso della percettibilità sono parole illuminate che vibrano come corde di una chitarra espandendo la loro energia.

“E come potrete elevarvi al di sopra dei giorni e delle notti se non spezzerete le catene che voi stessi, all’alba della vostra comprensione, avete legato attorno al vostro mezzogiorno? Ciò che voi chiamate libertà è in verità la più forte di queste catene, sebbene i suoi anelli scintillino nel sole e abbaglino gli occhi.”

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Marcela Serrano “L’ALBERGO DELLE DONNE TRISTI” recensione di Simona De Pace

L’ALBERGO DELLE DONNE TRISTI,
di Marcela Serrano
“storie di anime smarrite”

recensione di Simona De Pace.

‘CI SONO DONNE CHE DORMONO TUTTE RAGGOMITOLATE PERCHÉ’ IL DOLORE E’ COSI’ FORTE CHE NON RIESCONO PIÙ’ A SDRAIARSI’.

Non fatevi ingannare dal titolo pur vero è che si tratta di storie tristi di quella tristezza che non va più via ma è anche vero che tutte le storie in fondo hanno il loro lieto fine. Dovremmo da tutte le esperienze prendere qualcosa e lasciarne una altra, potremmo prendere il bello e lasciare il brutto ad esempio, prendere la gioia e lasciare la rabbia come dire nutrirsi del lato positivo. Ed è quello che in questo romanzo della scrittrice Marcela Serrano, emerge e nulla può essere vano se ci porta sempre da qualche altra parte anche le persone o le situazioni sbagliate a volte non sono che ponti per poter passare ad una consapevolezza maggiore dell’importanza di ‘Essere’ e dell’amare se stessi. Vi è mai capitato un periodo nel quale pensate che l’unica soluzione sia quella di fuggire in un posto lontano da tutti e da tutto?  Di cambiare aria? dimenticandovi del resto del mondo? ci si sente quasi bambini autistici quando si arriva a quel punto dove non puoi andare ne avanti ne indietro, un vegetale bloccato in un presente statico di angoscia che trascina il tuo essere in un oblio di emozioni conturbanti e confusionali, ecco!!! Appunto!!! Immaginate di sentirvi così e avere la possibilità di trasferirvi in un rifugio immerso nel verde e sullo sfondo del promontorio sul quale giace, eccovi il mare! Le donne del romanzo hanno la possibilità di evadere dal quotidiano trasferendosi per tre mesi in un albergo che si trova su un’isoletta dell’arcipelago di Chloè, nel Sud del Cile. L’albergo nasce per accogliere donne da tutte le parti del mondo, ognuna di queste ha una sua personalità e una storia da raccontare. È gestito da Elena, una psichiatra che ha lavorato per la Resistenza e nei consultori popolari dove ha potuto toccare la realtà delle donne più fragili. Lo scritto è ricco di spunti di riflessione, le pagine scorrono velocemente ci si perde tra i personaggi che si destreggiano tra la carta e l’inchiostro, immedesimandosi facilmente negli intrecci dei loro racconti.

‘DOVE ASPETTEREMO QUANDO L’AMORE NON ARRIVA. COME GUARIREMO LE FERITE.
Antonio Gil, I luoghi andati

  Dolori non cicatrizzati inducono le ospiti a confidare i propri sogni irrealizzati, gli affetti ormai estranei, gli amori distruttivi. Sono donne autonome, alcune anche famose, rimaste in sospeso tra l’amore romantico e lo spaesamento degli uomini che le hanno amate e poi abbandonate.  Si trattano diverse tematiche e problematiche emotive che vengono approfondite dalla Dottoressa Elena, psicoterapeuta dell’albergo che oltre a fare terapia singolarmente ogni giorno alle ospiti (lei ama non chiamarle pazienti), organizza terapie e attività di gruppo. Si affrontano le paure, le ansie, le dipendenze affettive, la paura dell’abbandono, la solitudine eccetera.

‘LA SUA PAURA, IN PAROLE POVERE, E’ SEMPRE STATA QUELLA DI NON APPARTENERE A NESSUN LUOGO IN PARTICOLARE’

Le fanciulle dell’albergo sono tendenti alla disperazione, accomunate dalla paura di essere ferite ancora, paranoiche, anche se tra le donne c’è sempre la più strafottente quella che detiene il ruolo di attrice per sdrammatizzare le situazioni conosciuta anche come il “Pagliaccio Triste”. Possiamo definirle “le sopravvissute”, si sopravvive al dolore, ai rimpianti, ai conflitti, alle delusioni, all’amarezza.

Queste donne, vogliono liberarsi dagli scheletri del passato, riacquistando la fiducia in sé stesse, e pian piano con il giusto tempo riscoprono il senso delle emozioni. E così l’Albergo che le accoglie tristi, le restituisce al mondo solo quando hanno ritrovato il sorriso e la voglia di vivere.

Voglio concludere con una citazione dell’autrice perché alla fine tutto gira intorno all’amore.

“L’amore non fa distinzioni e travolge tutti allo stesso modo perché, grazie a Dio, è un flagello molto democratico.”

@Simona De Pace

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PESSIMISMO, la profezia che si auto avvera!!

PESSIMISMO, la profezia che si auto avvera!!
Per vivere meglio è possibile cambiare il pensiero negativo in positivo!!

L’enciclopedia della lingua Italiana TRECCANI così riporta:

Pessimismo s. m. [dal fr. pessimisme, der. del lat. pessĭmus «pessimo» (in contrapp. a optimisme «ottimismo»)]. – disposizione di spirito a considerare la realtà nei suoi aspetti peggiori.
Disfattismo (s.m.), catastrofismo (s.m.), scetticismo (s.m.), diffidenza (s.m.), sfiducia (s.m.), scoraggiamento (s.m.)

Il pessimismo come l’ottimismo è una delle strategie difensive agite dall’uomo per garantirsi la sopravvivenza. Precisando che come si parla di “ottimismo realista” così bisogna parlare di “pessimismo realista” quindi usato con moderazione e cognizione di causa. Il pessimismo portato all’eccesso culmina nella depressione quindi alla vera e propria e totale mancanza di speranza nel futuro, immobilità e isolamento, proprio come anche rilevato dai vari studi di Seligman sulla impotenza appresa.

Come evidenzia Edoardo Giusti (2016, pag.34), “i pensieri angosciosi possono mantenere il sistema nervoso in uno stato di attivazione persistente che provoca un eccesso di produzione di adrenalina, cortisolo ed altri ormoni analoghi fino alla comparsa di svariati sintomi.”

Il pensiero negativo ad alta intensità di pessimismo è caratterizzato da diversi ingredienti:

  1. Sensazione di Si tende a rimanere in una posizione di immobilità, passività, senza combattere con la giustificazione che tanto non c’è alcuna via di uscita.

  2. Bassa autostima e quindi poca fiducia nella propria capacità di risolvere le situazioni (problem solving), scoraggiamento, paura…

  3. Overload of negative information/accumulo di informazioni negativo. Si raccolgono tante prove negative che confermano le proprie paure, tanto da scoraggiarsi nell’agire e nel cercare di risolvere affrontando la realtà.

  4. Bassa motivazione. A causa del pessimismo non si è motivati ad agire e quindi si rimane immobili.

  5. Confronto con chi ha di più. Si paragona la propria vita a persone che stanno meglio, ottenendo il risultato di scoraggiarsi.

  6. Mancanza di speranza in questo modo ogni comportamento viene pensato come inutile e quindi si smette di cercare soluzioni alternative.

  7. Mancanza di fiducia in se stessi e negli altri.

  8. Paranoia. Ci si sente schiacciati dagli eventi negativi e quindi perseguitati.

 “È meglio essere ottimisti ed avere torto piuttosto che pessimisti ed avere ragione.”
Albert Einstein

Come già detto senza il pessimismo il genere umano non sarebbe sopravvissuto, se l’uomo non avesse previsto le catastrofi non si sarebbe preparato ad affrontarle. Senza quel pizzico di pessimismo non ci prepareremmo ai momenti di crisi.

Grazie al pessimismo, la paura e l’ansia ci preparano a situazioni di pericolo. Ci allertano e quindi si ha la possibilità di organizzare delle risposte veloci, rapide ed adattive.

È chiaro quindi che il livello di pessimismo deve essere realista, ben moderato, altrimenti indossando lenti molto scure tutto apparirà più buio, cupo, più grigio di quanto realmente è, ottenendo una visione del mondo poco realistica quindi distorta.

Seligman individuò nella consapevolezza, di potere o non potere controllare l’ambiente, la base della differenza tra pensiero pessimistico e ottimistico. Quella consapevolezza di esercitare un certo controllo sul proprio futuro e sulle proprie azioni. Il modo in cui ci si spiega gli avvenimenti. È ovvio che se si crede di non avere controllo sul proprio destino ci si adagia passivamente al flusso degli eventi della vita senza provare minimamente a darle una direzione, vivendo con molta insoddisfazione.

La differenza importante che c’è tra l’ottimista e il pessimista riguarda l’attribuzione delle cause dei propri insuccessi, o attribuzione esterna (mi hanno fatto sbagliare!) o interna (ho sbagliato!).

Ovviamente quando i pessimisti si attribuiscono le cause dei loro insuccessi avranno un abbassamento della loro autostima e quindi della fiducia in se stessi, non confidando tanto nelle loro possibilità e capacità.

Seligman ha confermato che è possibile utilizzare delle strategie per cambiare il proprio stile di pensiero da pessimista a ottimista. Esercitarsi a pensare positivo, ci aiuta nella soddisfazione dei nostri bisogni, a stare bene fisicamente e con delle alte difese immunitarie.

Istruzioni per i PESSIMISTI cronici per diventare più Ottimisti, i passi per cambiare il proprio pensiero da pessimista ad ottimista:

  1. Essere consapevoli di caricare negativamente la realtà, trasformandola in più catastrofica di quanto lo è.

  2. Distogliere l’attenzione dai pensieri pessimistici cercando di focalizzare l’attenzione su nuove soluzioni e spiegazioni più ottimistico realistiche.

  3. Focalizzarsi sulle proprie fortune, sulle cose belle della vita e sulle possibilità del futuro.

  4. Guardarsi allo specchio e sorridere ogni giorno.

  5. Visualizzare la nostra percentuale di pessimismo da 1 a 100. Es. Solitamente carico un 60% di negatività alla realtà vedendola sempre più catastrofica del reale, quindi procedendo con un ragionamento di tipo cognitivo alla mia visione; dovrò sempre effettuare un aggiustamento levando il 60% del pessimismo. Per esempio quindi, 100% che non ce la faccio cioè non ce la posso fare, diventa 40% che non ce la faccio cioè potrei anche farcela.

  6. Non catastrofizzare generalizzando ma circoscrivere l’insuccesso all’evento nefasto in termini sia temporali che causali.

  7. Imparare dai propri errori, essi intrinsecamente possono avere una valenza positiva se utilizzati come una risorsa, ossia come apprendimento che ci permette di capire cosa non ci conviene fare.

  8. Ricordare che la visione che l’uomo ha del mondo, dell’ambiente e della vita è una visione prettamente soggettiva, quindi costruita da noi stessi e dalle nostre esperienze. Partendo da questo assunto, è ovvio dedurre che, se la vita ci appare bella, dipende molto da noi e dal nostro modo di vedere le esperienze della vita.

Non bisogna dimenticare che i pensieri negativi diventano profezie che si autoavverano.
Sta quindi a noi decidere se voler essere ottimisti quindi attivi e pronti a combattere, oppure se si preferisce la chiusura nel pensiero pessimistico inattivo cadendo nella disperazione e privandoci “del rischio” di poter godere delle cose della vita??
Ricordiamo che il pessimismo abbassa la motivazione e le aspettative rendendoci immobili, e nel vuoto.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Daniel Goleman. Intelligenza emotiva. Rizzoli, Milano 1996.
  • Edoardo Giusti Passione e saggezza: la serenità psichica tra ottimismo e realismo. Sovera Edizioni, 14 giu 2016.
  • Chiara Ruini, Marta Scrignaro, Marta Bassi, Andrea Fianco. Le partiche della psicologia positiva: Strumenti e prospettive. Strumenti per il lavoro psico-sociale ed educativo. Franco Angeli 2017
  • H. Maslow, Motivazione e personalità, Astrolabio 1973
  • Abraham Maslow, Verso una psicologia dell’essere, Astrolabio 1971
  • Carl Rogers, Un modo di essere, Martinelli 1983
  • Seligman, M.E.P. (1990). Imparare L’Ottimismo (Learning Optimism). New York: Knopf. (reissue edition, 1998, Free Press)
  • Seligman, M.E.P. (1996). Come crescere un bambino ottimista (The Optimistic Child: Proven Program to Safeguard Children from Depression & Build Lifelong Resilience). New York: Houghton Mifflin. (Paperback edition, 1996, Harper Paperbacks)
  • Seligman, M.E.P. (2002). La costruzione della Felicità (Authentic Happiness: Using the New Positive Psychology to Realize Your Potential for Lasting Fulfillment). New York: Free Press. (Paperback edition, 2004, Free Press)

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Emozioni

EMOZIONE

 “REAZIONE AFFETTIVA INTENSA, ACUTA O DI BREVE DURATA DETERMINATA DA UNO STIMOLO” (U.Galimberti,1992).

clicca per ingrandire schema Reazione emotiva

In questa sezione sono presenti tutti gli articoli sulle emozioni:

  1. TEORIE SULLE EMOZIONI
  2. Paul Ekman (l’innatismo delle emozioni)

  3. Robert Plutchik, emozioni come risposta adattiva

  4. rabbia
  5. paura
  6. gioia
  7. tristezza
  8. disgusto/disprezzo
  9. sorpresa
  10. Il film INSIDE OUT e la psicologia delle EMOZIONI.

  11. Bibliografia (emozioni)

Potrebbe interessare anche l’articolo:

In che misura l’inquinamento atmosferico influisce sulla felicità?

ettore-zinzi-psigologo-taranto.com-_Bibliografia-sitografia– Cunningham,M.R.(1988a), Does happiness mean friendliness?: Induced mood and hetero-sexual self-disclosure. Personality and Social Psychology Bulletin, 14, 283-297
– Cunningham, M.R. (1988b). What do you do when you’r e happy or blue ? Mood, expect-ancies, and behavioral Interest Motivation and Emotion,12, 309-331
– Cunningham, M.R., Steinberg, J., & Grcv, R.(1980). Wanting to and having to help: Separat e motivations for positive mood and guilt induced helping. Journal of Personality and Social Psychology, 38, 181-192

– D’URSO V. e TRENTIN R. Sillabario delle emozioni, Giuffrè 1992

– FILLIOZAT I., Le emozioni dei bambini, PIEMME Alessandria, 2001

– FILLIOZAT I., Il quoziente emotivo, PIEMME Alessandria, 1998

– FRANCESCATO D.-PUTTON A.-CUDINI S., Star bene insieme a scuola, CARROCCI Roma, 1998

– FREUD, Al di là del principio del piacere, in OPERE Vol. 2 BORINGHIERI Torino 1979

– MASLOW J., Verso una psicologia dell’essere, ASTROLABIO Roma 1971

– PIAGET J., Lo sviluppo mentale del bambino, EINAUDI Torino 1967

– DARWIN C., 1871, L’Origine dell’uomo. EDIZIONE STUDIO TESI (1991).

– C. LO PRESTI, L’alfabeto delle emozioni, EDIZIONI LA MERIDIANA, 2007

– DI PIETRO M., “L’ABC delle mie emozioni” EDIZIONI ERIKSON, Trento (Illustrato da Stefano Mariani).

– FRAISSE Paul, PIAJET Jean, Traité de psychologie expérimentale: motivation, émotion et personnalité,1963.

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Il film INSIDE OUT e la psicologia delle EMOZIONI.

INSIDE OUT e la Psicologia.
UTILE STIMOLO per meglio comprendere le EMOZIONI.

https://i0.wp.com/www.psicologo-taranto.com/wp-content/uploads/2015/10/insade-out-testata.jpg?resize=432%2C135INSIDE OUT. Un film di Pete Docter. Con Mindy Kaling, Bill Hader, Amy Poehler, Phyllis Smith, Lewis Black. Titolo originale Inside Out. Animazione, durata 94 min. – USA 2015. – Walt Disney Pixar uscita mercoledì 16 settembre 2015.

Il film INSIDE OUT e la psicologia delle EMOZIONI.

L’importanza delle emozioni è ormai assodata in psicologia. Lo sviluppo dell’intelligenza emotiva rappresenta per ognuno di noi la chiave per vivere al meglio la nostra vita in tutte le sue sfumature. Il nuovo film della Pixar/Disney “Inside Out” diretto da Pete Docter, regista noto per aver realizzato fra gli altri Toy Story e Monsters & Co.,seppur dai più non viene compreso in tutte le sue metafore, rappresenta un utile strumento per meglio interrogarsi sui meccanismi emotivi che ci guidano nella vita di tutti i giorni. Il film prende le basi e gioca con i veri costrutti teorici della psicologia delle emozioni.
Il regista Docter prima di scrivere il film Inside Out sembra aver incontrato Dacher Keltner, fondatore del Greater Good Science Center dell’Università di Berkeley, in California, centro di studio di psicologia, sociologia e neuroscienze, al fine di porgli domande sull’adolescenza e l’emotività. Successivamente sembra aver coinvolto come consulente Paul Ekman uno degli psicologi che ha molto approfondito gli studi sulle emozioni nel Ventesimo secolo (vedi i suoi studi antropologici sull’innatismo delle emozioni).

Ekman e successivamente Plutchick nel 1980 teorizzarono emozioni primarie come TRISTEZZA, GIOIA, PAURA, DISGUSTO\DISPREZZO, RABBIA, SORPRESA che miscelate tra loro danno vita ad emozioni secondarie  come amore, timore, apprensione, ecc. come rappresentato nel cono emotivo. Secondo Plutchik le relazioni fra emozioni si possono rappresentare con un modello strutturale tridimensionale a forma di cono, come si vede nella figura seguente:

A tal proposito è infatti interessante notare come questa tabella (qui sotto), diffusa dalla Disney/Pixar, sulle diadi emotive sia stata trasformata appositamente per i personaggi del film, partendo dalle teorie della psicologia moderna. Probabilmente è stata molto utile per la stesura delle parti in cui due emozioni interagiscono.

https://i2.wp.com/www.psicologo-taranto.com/wp-content/uploads/2015/10/emozioni-inside-out-diadi.jpg?resize=387%2C359

Qui di seguito invece una tabella delle diadi emotive diffusa in letteratura.

https://i1.wp.com/www.psicologo-taranto.com/wp-content/uploads/2011/06/diadi-emotive-zinzi-psicologo-palagiano-taranto.jpg?resize=378%2C252

 Nel film attraverso la protagonista Riley, viene offerta la possibilità di osservare dall’interno della mente il suo percorso di crescita e le sue emozioni. Trasportati nella mente di Riley, incontriamo le 5 emozioni fondamentali:

TRISTEZZA, GIOIA, PAURA, DISGUSTO\DISPREZZO, RABBIA,https://i2.wp.com/www.psicologo-taranto.com/wp-content/uploads/2015/10/inside-out-emozioni.jpg?resize=383%2C123
ad esse spesso in psicologia si aggiunge la SORPRESA come sesta emozione fondamentale, ma nel film non è presente.
Il periodo di vita maggiormente fotografato dal film è l’inizio dell’adolescenza. Riley ha 11 anni, fase in cui lei con il resto della famiglia sono costretti a cambiare casa, spostandosi dallo stato del Minnesota a San Francisco.
Il vissuto di perdita della piccola Riley causato dal trasferimento e il trambusto dell’adolescenza, lasciano recitare ai vari personaggi delle emozioni presenti nella sua mente, diverse dinamiche frutto del loro “incontro” che crea reazioni comportamentali differenti.
A mio parere, al di sotto delle spesso buffe scene del film recitate dalle varie emozioni, appare molto utile trarne rilevanti consapevolezze:
tutte le emozioni sono degne di attenzione e vanno esplorate; la tristezza ci ha insegnato come sia per noi utile ed importante in alcuni momenti essere tristi, al fine di assaporare meglio i significati delle cose e capire cosa vogliamo o non vogliamo fare, quindi che anche le emozioni sgradevoli sono utili…
L’emotività viene in questa pellicola rappresentata come la guida e supporto della ragione, la tristezza infatti è in grado di condizionare i nostri ricordi proprio come la felicità, la paura ci guida nel non farci troppo male, il disgusto e disprezzo ci condiziona nelle scelte, la rabbia ci da la carica e difende…
Consigliato, da vedere e rivedere, adulti e bambini!

che ne pensi ? Lascia un commento qui sotto?

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Psicologia Ambientale. Interdipendenza tra ambiente e uomo.

La Psicologia Ambientale.
Interdipendenza tra ambiente e uomo.

La scintilla che diede vita alla nascita della “Psicologia ambientale”, che studia le connessioni tra mondo interno (psichico) e mondo esterno (ambiente), sembra essere scoppiata in USA e risale agli anni ’50; ha poi trovato più consenso agli inizi degli anni settanta, venendo definita “environmental psychology”.

Ponendo meno attenzione alla psicologia del profondo e più alla ricerca empirica, si evince che le ricerche di psicologia sociale hanno, soprattutto negli Stati Uniti, indagato sul modo in cui la vita urbana può avere effetti negativi sulle relazioni sociali e sul comportamento degli individui, quindi sul loro benessere. In questa direzione alcuni studiosi, come gli americani Barker e Wright (1951), alla metà degli anni ‘50, hanno messo a punto delle indagini di «psicologia ecologica» incentrate sul modo in cui i diversi contesti di vita, o contesti comportamentali, presenti nello spazio urbano, influenzano il comportamento degli individui.
Nel 1958 a New York è stato avviato uno studio, finanziato dall’US National Institute of Mental Health, sugli effetti dell’assetto spaziale/architettonico dell’ospedale psichiatrico e il relativo comportamento dei Pazienti.
Il pensiero della psicologia ambientale, partendo dagli USA, si è traferito ben presto in Europa, passando dapprima in Svezia e Inghilterra, luoghi in cui, nelle facoltà di architettura, si creano gruppi di lavoro multidisciplinari per lo sviluppo di strumenti da utilizzare nella progettazione urbana, che quindi tengano conto anche del possibile impatto psicologico delle strutture.
Su tale esempio la psicologia ambientale si è fatta sempre più strada soprattutto in Olanda, Unione Sovietica, Germania e Francia.
Molti studiosi hanno concettualizzato diverse teorie sui processi psicologici connessi a determinate situazioni ambientali. In merito possono essere distinti due indirizzi principali, quali la:

  1. psicologia della percezione, vedi Kohler (1929,1940), Koffka (1935), Wertheimer (1945), J.J. Gibson (1950,1966,1979), Ittelson (1974) ecc. Essa ha definito l’ambiente in termini fisico-percettivi;
  2. psicologia sociale, vedi Kurt Lewin (1951), successivamente Roger Barker (1990), Wright (1951), Stokols e Altman (1987) ecc. Questo indirizzo si è interessato non solo delle caratteristiche costituzionali dell’ambiente e dell’uomo, ma anche, e, soprattutto, della loro interconnessione a livello di reciproche relazioni e forze. È proprio dalla psicologia sociale che vengono estrapolati gli strumenti concettuali e metodologici più appropriati per sviluppare gli studi di psicologia ambientale.

Kurt Lewin (1951) sosteneva che l’ambiente possiede sia qualità fisiche che psicologiche. Anche il concetto di “personalità”, che proviene dal termine latino “persona” e il cui significato etimologico è “maschera”, deve essere interpretato come un intreccio dinamico tra fattori costituzionali e fattori esperienziali, che si sviluppano in un ecosistema ambientale e che quindi ha la sua influenza (Zanichelli, 2012). Il paesaggio urbano è il risultato di una ricostruzione percettiva fatta da parte dell`osservatore; questa percezione può quindi essere sostenuta, facilitata o inibita, tanto dagli elementi fisico-spaziali, quanto dagli aspetti psicologici di natura cognitiva e affettiva, che, insieme ai processi comunicativi e simbolici, concorrono a costruire la sua rappresentazione sociale. Quanto detto sin qui avvalora la concezione che la percezione qualitativa dell’ambiente è influenzata sia dal mondo fisico palpabile che dagli aspetti di natura psicologica individuali e di condivisione collettiva. In letteratura esistono diverse concettualizzazioni di tipo fenomenologico-gestaltista che appaiono particolarmente indicate per meglio spiegare il legame tra la percezione e la rappresentazione dell’ambiente. Come sosteneva Kanizsa, (1978, pp. 45-46) “le proprietà del tutto non sono il risultato della somma delle proprietà delle sue parti”, mentre “La proprietà di una parte dipende dal tutto nel quale è inserita”. In “ecopsicologia/psicologia ambientale” i risultati sperimentali sulla percezione e sulla rappresentazione cognitiva dell’habitat e la teoria confluiscono in un principio indicatore generale, secondo il quale si può sostenere che esistono:
Strutture generali e ricorrenti, che tendono a dare una “buona forma” (Gestalt) alle percezioni contemporanee elementari stimolate dall’ambiente fisico. In altre parole: anche nel caso di ‘oggetti’ molto complessi, come le strutture industriali (ma anche nel caso delle città, delle aree regionali, dello stato dell’ambiente nel suo complesso, ecc.), esistono in qualche modo delle “gestalt” percettive e cognitive ricorrenti, che vanno al di là della semplice somma degli stimoli e delle conoscenze elementari che le compongono nelle loro parti. Ad esempio: un’industria a forte impatto ambientale, come l’Ilva S.p.a di Taranto, oltre ad essere percepita dalla somma delle sue parti (operai, altoforni, ciminiere, strade, reparti, rifiuti, scarichi in mare, tubi ecc.) viene percepita anche in base agli aspetti di natura psicologica individuali e di condivisione collettiva (inquinamento, denaro, morte, lavoro, tumore, malcontento, ricoveri, sofferenza, corruzione, manipolazione dell’informazione, ecc.), che poi diventano esperienza.
La preoccupazione ecologica, dagli anni 50 ad oggi, è diventata un tema molto sentito, sia per l’effettiva gravità della compromissione ambientale, che, in base a quanto teorizzato da Kanizsa (1978, pp. 45-46), per la sua forte capacità evocativa (in termini di simbologie psicologiche profonde) e per l’immagine attuale dell’ambiente sul piano culturale. E’ ormai chiaro che gli esseri umani sono influenzati dalle “atmosfere” ambientali, sia a livello simbolico che motivazionale. Molti sono infatti gli studiosi che si occupano della progettazione e costruzione di spazi di vita esteticamente piacevoli e confortevoli, in cui vi siano presenti elementi naturali, privi di forti agenti stressanti. Gli studi relativi a questa dimensione, hanno messo in evidenza la preferenza per ambienti urbani in cui siano presenti spazi e aree verdi, proprio per l’impatto positivo che hanno sulla vita delle persone, aumentando la salubrità dell’aria e permettendo il recupero psicofisiologico dello stress (restorativeness; cfr. Ulrich, 2001, Simons, Losito, Fiorito, Miles e Zelson, 1991. Korpela, Hartig Kaiser e Fuhrer, 2001), favorendo lo sviluppo del sé e facilitando la socializzazione (Taylor, Wiley, kuo, Sullivan, 1998), soprattutto di bambini e anziani (Wells, 2000).

Tuttavia uno studio condotto da Carrus, Bonnes e Passafaro (2004) ha individuato due dimensioni di atteggiamento:

  1. dimensione di Integrazione;
  2. dimensione di Opposizione.

Tali dimensioni indicano la presenza di una sostanziale ambivalenza:
all’atteggiamento positivo conservativo dell’ambiente si accompagna, spesso, una avversione, vissuta più come un problema che come un`opportunità. James Hillman, filosofo e psicoterapeuta di formazione junghiana, ha ideato una psicologia “archetipica”, rivendicando la necessita di riportare la riflessione sulla psiche nel suo rapporto con il mondo esterno. Egli evidenzia il legame fra anima e città e individua nella città i luoghi dove maggiormente riecheggiano le dimensioni psichiche dell’interiorità (Milano, 2004). Hillman infatti sostiene fortemente che in psicoterapia il compito di un buon psicoterapeuta è di ricondurre le sofferenze psichiche individuali alla realtà ambientale in cui gli individui sono inseriti. Per offrire un ulteriore e più attuale sostegno a quanto detto sin ora sul condizionamento che l’ambiente ha sul comportamento e la psiche dell’uomo, è utile notare che negli ultimi tempi si sta imponendo il “marketing olfattivo”. I clienti vengono condizionati da odori specifici atti a modificare l’umore, allo scopo di renderli meglio disposti, o meno diffidenti, verso i prodotti da prendere. Passeggiando, mentre si fa shopping, è quindi possibile che una parte degli odori invitanti dei negozi provengano da diffusori elettronici, caricati con sostanze chimiche odorose specifiche. Vale l’esempio di quel che avveniva a Taranto, in una via centrale: veniva diffuso davanti ad una pasticceria “Il Principe” un piacevole odore di cannella, che invitava ad acquistare le sfogliate calde, sfornate in quel momento.
È evidente quindi che l’ambiente condiziona il modo di percepire la realtà, influenzando a sua volta l’assetto psichico dei suoi “fruitori”. Qui la nostra attenzione si sposta agli insediamenti industriali di grosse dimensioni, ormai sparsi in tutto il mondo (vedi Ilva Spa, Eni, Cementir, inceneritori vari ecc…) e ci si domanda quanto essi influiscano sulla psiche dei cittadini. Le città spesso, e a discapito della popolazione, sono molto vicine a tali obsoleti “diffusori ultratecnologici”; sono bombardate da cattivo odore, rumore, emissioni di sostanze tossiche (varie), che spesso sforano i limiti imposti. Barker e Wright, con il concetto di “penetrazione”, distinguono i contesti accessibili da quelli inaccessibili; essi portano la psicologia allo studio dell’esperienza che l’uomo ha del suo ambiente e che quindi influenza le sue rappresentazioni interne, in quanto spazio fisico in cui si muovono e vivono. Si potrebbe ipotizzare che, un territorio come Taranto, da tempo devastato dall’industrializzazione selvaggia, risulti inaccessibile proprio a causa delle rappresentazioni interne originate da tale condizione. Questo condizionerebbe, in senso negativo, anche la percezione delle sue bellezze (mare, archeologia, cittadini, ecc) Lewin (1936), avvicinandosi molto alla psicologia ambientale e quindi al concetto di rappresentazione dell’ambiente, ha sviluppato un modello topologico, identificando lo spazio di vita con il concetto di campo, a sua volta orientato da una struttura cognitiva dinamica, quindi da bisogni, forze, tensioni e spostamenti.

Kurt Lewin, formulò la famosa equazione:

C =f`(PxA)

In essa C, cioè il comportamento umano, con i relativi processi psicologici che lo accompagnano, è funzione (f) sia delle caratteristiche della persona (P), che di quelle dell’ambiente (A) in cui si realizza (Lewin, 1951). Tra gli studiosi “classici” che si sono occupati di percezione e psicologia ambientale emerge Ittelson (1973 p.62), che, nonostante riscopra le componenti qualitative gestaltiche, quindi il concetto di spazio di vita, di struttura organizzata e di fisiognomica del campo percettivo, ignora Lewin e gli psicologi gestaltisti. Ittelson afferma che tutti gli ambienti hanno una loro “atmosfera”, ed, anche se essa è di difficile definizione, ha un forte peso ed importanza sull’uomo. Per questo autore l’ambiente e vissuto come parte di un’attività sociale e appare costituito da delle qualità estetiche specifiche e ben determinate; egli infatti sostiene che non esistono ambienti neutri e, soprattutto, che ogni ambiente ha sempre qualità sistemiche, quindi le varie componenti ed eventi sono in relazione reciproca. In breve, uomo ed ambiente non sono mai indipendenti, ma si influenzano reciprocamente e tutte le parti di questa diade sono attive.
Ogni suggestione sensoriale, interessando diversi sensi, ha quindi un effetto di attrazione o repulsione all’interno della psiche; l’ambiente quindi condiziona il campo percettivo, rendendo difficile per l’uomo prendere decisioni realmente autonome (come riportano gli autori Fornara F. e Mura M.). Un allievo di Lewin, Roger Barker, definì le unità ambientali come composte da caratteristiche fisiche e sociali dell’ambiente, infatti egli identifica gli spazi di vita (setting) come strutture semistabili tra comportamento e ambiente in cui sono individuabili attributi sia fisici che comportamentali, frutto dell’adattamento reciproco (Barker, l969).
La struttura fisica degli spazi di vita, è quindi in combinazione con la pressione sociale e al conformismo; attiva la selezione dei frequentatori e il programma comportamentale da applicare in quello specifico contesto. Quindi lo spazio di vita, sia fisico che relazionale, contribuisce nello sviluppo di quell’insieme di sequenze comportamentali prescritte e ordinate nel tempo, utili per le attività e gli scambi tra le persone e gli oggetti che i soggetti vivono nel corso della socializzazione e che riaffermano e modificano la percezione sulla realtà. In conclusione, si sostiene che l’individuo dà forma e modifica l’ambiente, mentre l’ambiente offre vincoli e possibilità che ne influenzano le scelte.
Una volta assodata l’interdipendenza tra ambiente ed individuo, 1’attenzione di alcuni studiosi si è spostata sulla possibilità di distinguere tra percezione vera e propria e processo immaginativo. Masini (1979) evidenzia la continuità tra immagini e percezione in termini costruttivistici, convergendole attraverso il concetto di “sintesi figurale”. Kanizsa (1979) parla di processi percettivi primari e secondari, affermando che i processi immaginativi hanno grossa rilevanza, quasi maggiore dei processi percettivi: sia il “vedere” che il “pensare” vanno al di là della informazione data secondo leggi e modi differenti. Anche Downs, Stea (1973) e Perussia (1986) approfondiscono il concetto di “immagine” utilizzato in ecopsicologia; essi identificano la strutturazione cognitiva del1`ambiente come il frutto di un processo interpretativo dei dati percettivi (Downs e Stea, 1973; Perussia, 1986 b), quindi ciò che percepiamo, essendo interpretato, subisce le influenze dell’esperienza dell’osservatore. Bartlert (1932) definisce l’immagine come il risultato di tutta la conoscenza accumulata con l’esperienza che l’individuo ha di se stesso e del mondo. L’immagine quindi non è costituita dalla sola rappresentazione, ma anche dai valori, dalle relazioni e da tutto ciò che ha costituito l’individuo e i suoi apprendimenti. Gibson nel 1979, riporta che le modalità transattive di base si articolano in quattro dimensioni interconnesse:

  1. rappresentazione spaziale“, ossia la percezione dell’ambiente
  2.  “valutazione ambientale”, quindi atteggiamenti o preferenze individuali e condivise
  3.  “reazioni” o risposte all’impatto dell’ambiente, cioè stress, emozioni ecc.
  4.  “azioni”, quindi il comportamento spaziale

La stessa configurazione fisico-spaziale dei setting (il layout), a livello percettivo-sensoriale, è qualcosa di dotato di specifiche “affordances” (qualità), ovvero di oggetti/caratteristiche le cui proprietà di “invarianza funzionale”, permanenti e specie-specifiche (lo sono solo in relazione ad osservatori appartenenti ad una specie), sono percepite come utili per il soddisfacimento di bisogni specifici, in pratica lo scopo della percezione è l’adattamento (Gibson 1979). Sono tante le evidenze a favore della interdipendenza uomo-ambiente. Tutto questo appare ancora più evidente se si pensa alle grandi “forze di campo” offerte dall’ambiente sull’uomo. Come sostiene Kohler (1947, pp. 160-161) “sono ben pochi i soggetti in grado di udire il rombante “crescendo” di un tuono lontano come un fatto sensoriale neutro; alla massima parte di noi esso suona “minaccioso”. In sede di percezione, le varie condizioni del tempo meteorologico risultano analogamente compenetrate di caratteristiche psicologiche. Allo stesso modo parliamo di giorni tranquilli, agitati, tetri e lieti. Aggettivi consimili si attribuiscono a paesaggi naturali, a vedute di città e via dicendo”. Anche Ash (1952, pp. 195-196) evidenzia quanto l’ambiente porti sempre un “tono espressivo di base”: “il cielo, le montagne e il mare, la terra stessa esprimono gioia, potenza e minaccia. Queste qualità danno un carattere di drammatica realtà alla nostra esperienza ambientale e determinano il nostro modo di affrontare le cose. Parrebbe che le caratteristiche che noi chiamiamo espressive siano tra le prime che osserviamo e alle quali rispondiamo”. Proprio da questa connessione tra uomo ed ambiente l’ecopsicologia ha fatto derivare uno dei più importanti suoi postulati: “noi ci vediamo come radicati nell’ambiente circostante” (Ash, 1952, p. 318). Gli uomini vogliono che il mondo abbia per loro un significato, vogliono sentirsi in rapporto significativo con il loro ambiente.
Come abbiamo già detto, negli ultimi anni la psicologia ambientale ha preso sempre più piede, spostando la sua attenzione dagli interessi per la realizzazione architettonica ad un più globale costrutto di teorie che vanno dalle scienze bio-fisiche a quelle ecologiche, che mirano allo sviluppo umano sostenibile. Quindi che si chiami psicologia ambientale, o anche eco-psicologia, o come la chiama Pol nel 1993 utilizzando il termine di “psicologia verde”, o vedi Bonnes e Bonaiuto, che nel 2002 utilizzano il termine di “psicologia ambientale dello sviluppo sostenibile”, appare evidente quanto importante sia amare e rispettare il proprio ambiente, proprio come estensione di noi stessi.

Per approfondimenti sulla possibile connessione tra la psiche e l’inquinamento leggi anche gli articoli:

1 – Psicologia Ambientale. Interdipendenza tra ambiente e uomo.
2 – Ambiente e identità. Gli effetti psicologici dell’inquinamento

1. Identità di sé
2. Identità sociale
3. Identità di luogo
4. Stress ambientale/Frustrazione
5. Stress e impotenza appresa
6. Effetti dovuti allo stress/inquinamento ambientale
-sulla fisiologia
-sulle relazioni interpersonali
-sui compiti cognitivi
-sui comportamenti
-sulla psiche
7. adattamento allo stress
8. percezione del rischio Ambiente e identità. Gli effetti psicologici dell’inquinamento.

3 – Ecco qui di seguito una raccolta delle poche ricerche scientifiche sull’argomento:

4 – Il Caso (ILVA e non solo) Taranto (INQUINA-MENTE)

Immaginazione o realtà?

“Ipotesi” sulle cause ed effetti psicologici dell’inquinamento a Taranto.  Stimoli ed eventi traumatici subiti e “possibili” reazioni psicologiche dei cittadini.

Bibliografia INQUINA-MENTE
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Scarica l’EBOOK: INQUINA-MENTE-copertina-dr-Zinzi-NARCISSUS“INQUINAMENTE”. Psiche ed inquinamento. Immaginazione o realtà?
“Ipotesi” sulle cause ed effetti psicologici dell’inquinamento.  Stimoli ed eventi traumatici subiti e “possibili” reazioni psicologiche dei cittadini.
ISBN: 9786050369953

Editore: Narcissus Self Publishing
Data di pubblicazione:  2015

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