21 risultati per RABBIA

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Il film INSIDE OUT e la psicologia delle EMOZIONI.

INSIDE OUT e la Psicologia.
UTILE STIMOLO per meglio comprendere le EMOZIONI.

https://i0.wp.com/www.psicologo-taranto.com/wp-content/uploads/2015/10/insade-out-testata.jpg?resize=432%2C135INSIDE OUT. Un film di Pete Docter. Con Mindy Kaling, Bill Hader, Amy Poehler, Phyllis Smith, Lewis Black. Titolo originale Inside Out. Animazione, durata 94 min. – USA 2015. – Walt Disney Pixar uscita mercoledì 16 settembre 2015.

Il film INSIDE OUT e la psicologia delle EMOZIONI.

L’importanza delle emozioni è ormai assodata in psicologia. Lo sviluppo dell’intelligenza emotiva rappresenta per ognuno di noi la chiave per vivere al meglio la nostra vita in tutte le sue sfumature. Il nuovo film della Pixar/Disney “Inside Out” diretto da Pete Docter, regista noto per aver realizzato fra gli altri Toy Story e Monsters & Co.,seppur dai più non viene compreso in tutte le sue metafore, rappresenta un utile strumento per meglio interrogarsi sui meccanismi emotivi che ci guidano nella vita di tutti i giorni. Il film prende le basi e gioca con i veri costrutti teorici della psicologia delle emozioni.
Il regista Docter prima di scrivere il film Inside Out sembra aver incontrato Dacher Keltner, fondatore del Greater Good Science Center dell’Università di Berkeley, in California, centro di studio di psicologia, sociologia e neuroscienze, al fine di porgli domande sull’adolescenza e l’emotività. Successivamente sembra aver coinvolto come consulente Paul Ekman uno degli psicologi che ha molto approfondito gli studi sulle emozioni nel Ventesimo secolo (vedi i suoi studi antropologici sull’innatismo delle emozioni).

Ekman e successivamente Plutchick nel 1980 teorizzarono emozioni primarie come TRISTEZZA, GIOIA, PAURA, DISGUSTO\DISPREZZO, RABBIA, SORPRESA che miscelate tra loro danno vita ad emozioni secondarie  come amore, timore, apprensione, ecc. come rappresentato nel cono emotivo. Secondo Plutchik le relazioni fra emozioni si possono rappresentare con un modello strutturale tridimensionale a forma di cono, come si vede nella figura seguente:

A tal proposito è infatti interessante notare come questa tabella (qui sotto), diffusa dalla Disney/Pixar, sulle diadi emotive sia stata trasformata appositamente per i personaggi del film, partendo dalle teorie della psicologia moderna. Probabilmente è stata molto utile per la stesura delle parti in cui due emozioni interagiscono.

https://i2.wp.com/www.psicologo-taranto.com/wp-content/uploads/2015/10/emozioni-inside-out-diadi.jpg?resize=387%2C359

Qui di seguito invece una tabella delle diadi emotive diffusa in letteratura.

https://i1.wp.com/www.psicologo-taranto.com/wp-content/uploads/2011/06/diadi-emotive-zinzi-psicologo-palagiano-taranto.jpg?resize=378%2C252

 Nel film attraverso la protagonista Riley, viene offerta la possibilità di osservare dall’interno della mente il suo percorso di crescita e le sue emozioni. Trasportati nella mente di Riley, incontriamo le 5 emozioni fondamentali:

TRISTEZZA, GIOIA, PAURA, DISGUSTO\DISPREZZO, RABBIA,https://i2.wp.com/www.psicologo-taranto.com/wp-content/uploads/2015/10/inside-out-emozioni.jpg?resize=383%2C123
ad esse spesso in psicologia si aggiunge la SORPRESA come sesta emozione fondamentale, ma nel film non è presente.
Il periodo di vita maggiormente fotografato dal film è l’inizio dell’adolescenza. Riley ha 11 anni, fase in cui lei con il resto della famiglia sono costretti a cambiare casa, spostandosi dallo stato del Minnesota a San Francisco.
Il vissuto di perdita della piccola Riley causato dal trasferimento e il trambusto dell’adolescenza, lasciano recitare ai vari personaggi delle emozioni presenti nella sua mente, diverse dinamiche frutto del loro “incontro” che crea reazioni comportamentali differenti.
A mio parere, al di sotto delle spesso buffe scene del film recitate dalle varie emozioni, appare molto utile trarne rilevanti consapevolezze:
tutte le emozioni sono degne di attenzione e vanno esplorate; la tristezza ci ha insegnato come sia per noi utile ed importante in alcuni momenti essere tristi, al fine di assaporare meglio i significati delle cose e capire cosa vogliamo o non vogliamo fare, quindi che anche le emozioni sgradevoli sono utili…
L’emotività viene in questa pellicola rappresentata come la guida e supporto della ragione, la tristezza infatti è in grado di condizionare i nostri ricordi proprio come la felicità, la paura ci guida nel non farci troppo male, il disgusto e disprezzo ci condiziona nelle scelte, la rabbia ci da la carica e difende…
Consigliato, da vedere e rivedere, adulti e bambini!

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Epic fall! “Dr WEB Google” il medico fai-da-te: Auto Diagnosi facilmente sbagliate.

Epic fall! “Dr WEB Google” il medico fai-da-te!
Le Auto Diagnosi sono facilmente sbagliate e facilitano la “Cybercondria”.

take-care-new-media dr Ettore-Zinzi-Psicologo-psicoterapeuta-tarantoIl web sta modificando sempre più il nostro modo di vivere, scompaiono i libri dai nostri scaffali lasciando spazio a smartphone, Tablet, smartTv, laptop, pc ecc. Cuciniamo chiedendo consigli ad un tablet; attraverso il telefonino monitoriamo le nostre attività fisiche, il sonno ecc.; effettuiamo pagamenti e acquisti ovunque ci troviamo; lavoriamo dappertutto grazie ad una connessione ed un apparecchio multimediale: tanti e ancora tanti altri nuovi modi di vivere grazie alla tecnologia e al WEB!

Anche il mondo delle relazioni è stato abbastanza “sconvolto”. Si è quindi iniziato a fare “conoscenza” e scambiare opinioni nel mare dei forum, delle chat, delle video-chiamate e videoconferenze, dei social network e via dicendo.
Oggi ci si incontra anche senza essere fisicamente insieme, anche la parola “amico” grazie ai vari social network ha mutato il suo significato, in quei “mondi liquidi” ci si definisce “amici” pur senza mai esserci stretti una mano, dati un abbraccio vero…
In questo turbine di sconvolgimenti, non tutti utilizzano i media in modo adattivo, c’è chi si lascia assorbire lasciando via via sciogliere la sua vera fisicità, quindi perdendo libertà di movimento fuori dallo schermo.

Il cambiamento nel mondo delle relazioni interpersonali interessa anche il confronto che ognuno di noi ha nella sua vita, anche con i professionisti. Si affida il proprio allenamento non più ad un personal trainer ma ad una applicazione su smartphone, si chiedono consigli nei forum ecc.
Come confermato dalle ricerche scientifiche e anche dall’osservazione diretta, durante la pratica professionale, spesso gli utenti del web cercano diagnosi e cure ai loro problemi attraverso il web.
I motivi di questa nuova tendenza spesso sono sia la possibilità di anonimato in quanto è più facile aprirsi e confidare i propri intimi problemi al Dr Web; e sia il fatto che siamo un po’ tutti sfiduciati dalle “istituzioni”, preferiamo fare con la “nostra testa”; oltretutto ormai una ricerca sul web è a portata di mano e non costa niente.
Molti previa auto-diagnosi in internet, si recano dal medico convinti di avere già in tasca una diagnosi.
Coloro che si preoccupano sulla loro salute o che hanno uno specifico problema, si accingono al web per ricercare una diagnosi. L’utente, al fine di comprendere il suo disturbo consulta blog, forum, siti di medicina e psicologia che forniscono ai pazienti delle possibili auto-diagnosi. C’è da sottolineare che queste persone si trovano in un momento psicologico particolare, spesso pregno di preoccupazione, paura, incertezza, urgenza ecc. pertanto è facile che si lascino condizionare dalle varie informazioni reperite. Personalmente sconsiglio ai miei clienti di effettuare ricerche finalizzate all’autodiagnosi, spesso infatti ci si convince di cose errate e si aumenta la propria preoccupazione inutilmente.
Qui di seguito proverò ad elencarne i motivi.

1. Una buona relazione con il professionista è necessaria in ogni percorso di cura.
2. Una buona ricerca in rete, richiede un certo grado di conoscenza logica ed informatica, è importante saper discriminare e capire se si naviga in siti affidabili, se quello che si legge è semplice pubblicità, ecc.
3. E’ necessario uno specialistico livello di conoscenze generali, proprio per comprendere la varia terminologia scientifica nonché il “profondo” significato di ciò che si sta leggendo, per questo la diagnosi si fa insieme al professionista.
4. L’emotività anche se differentemente vissuta da ognuno di noi ne influenza sicuramente la ricerca e la suggestionabilità individuale. E’ infatti assolutamente sconsigliato agli ansiosi ed ipocondriaci effettuare ricerche di auto-diagnosi, avrebbe solo la funzione di aumentare le paure ed ansie, si pensi a quante nuove malattie un ipocondriaco può autodiagnosticarsi in rete. Spesso ci si convince di avere mali incurabili.
5. E’ importante evidenziare che gli stessi motori di ricerca, offrono risultati personalizzati in base alle proprie preferenze e gusti analizzati e memorizzati dai cookie, quindi non avremo mai risultati effettivi di una ricerca…
6. Il media internet offre un terreno fertile per lo sviluppo di compulsioni. Molti passano diverse ore alla ricerca di informazioni in modo compulsivo (Overload of Informations).
7. Capita di imbattersi in forum in cui i pazienti oltre a condividere le personali esperienze, si scambiano “ricette mediche” e consigli su come curarsi pur non avendone alcuna competenza, ma solo perché immedesimanti all’ “io di gruppo” portatore delle stesse difficoltà.
8. È molto più facile leggere il malcontento degni utenti i quali sono veramente bisognosi di “postare” a tutti la loro insoddisfazione e rabbia a differenza dei soddisfatti che si godono la guarigione. Sono infatti numerosi gli internauti che attraverso dei siti si rivolgono ad un professionista per cercare di chiarire i propri dubbi di natura psicologica, indirizzando domande scritte dirette ai professionisti sanitari che collaborano con questi siti. Questi inconsapevoli della funzionalità del mezzo che utilizzano credono di essere veramente stati da un professionista. Ma senza il “necessario” intervento “vis a vis”, naturalmente non riescono a risolvere le proprie difficoltà.

E’ comunque opportuno precisare che non bisogna però generalizzare commettendo l’errore di pensare che tutta l’informazione che viene fruita sul web sia dannosa per le persone. Piuttosto la causa di errori sta nel fatto che non tutti usano in modo appropriato questo strumento. Bisogna essere consapevoli dei limiti della comunicazione non fisica ma mediata da computer e che quindi essa non può in alcun modo sostituire completamente quella “face to face”. Esistono molti siti seri che ospitano articoli redatti da medici specialisti che danno utili consigli su sintomi e malattie. Soprattutto, offrono la possibilità di ricercare sanitari specialisti operanti nella provincia di appartenenza. E’ evidente che internet è una grande opportunità offerta all’uomo, ed in questo caso deve avere la funzione di agevolare il contatto tra il professionista ed il cliente e non limitarlo. Il contatto vis a vis deve comunque sempre esserci! Il professionista ha bisogno di vedere materialmente il suo cliente nelle sue fattezze, problematiche, osservando i suoi tempi, atteggiamenti espressioni ecc.

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Ambiente e identità. Gli effetti psicologici dell’inquinamento

Ambiente e identità.
Gli effetti psicologici dell’inquinamento
Data la complessità dell’argomento verranno affrontati le seguenti tematiche:

1. Identità di sé
2. Identità sociale
3. Identità di luogo
4. Stress ambientale/Frustrazione
5. Stress e impotenza appresa
6. Effetti dovuti allo stress/inquinamento ambientale
sulla fisiologia
sulle relazioni interpersonali
sui compiti cognitivi
sui comportamenti
sulla psiche
7. -adattamento allo stress
8. -percezione del rischio

Ambiente e identità. Gli effetti psicologici dell’inquinamento.

“Il pensiero ecologico (…) rivela un sé nobilitato ed esteso, in quanto parte del paesaggio e dell’ecosistema, la bellezza e la complessità della natura sono in continuità con noi (…), dobbiamo affermare che il mondo è un essere, una parte del nostro proprio corpo” (Shepard, 2006). Per approfondire al meglio gli effetti psicologici dell’Ambiente inquinato, e, quindi, la connessione diretta che c’è tra psiche e ambiente, è opportuno conoscere prima la “psiche”, quindi i Processi di identità e successivamente comprendere i disturbi psicologici che l’inquinamento crea su di noi.
La maggior parte degli studi empirici sull’identità condotti fino ad ora hanno evidenziato l’importanza di tre principali aspetti dell’identità:

  1. Identità di Se’ (Teoria dell’identità, Stryker & Burke, 2000). I comportamenti che hanno maggiore probabilità di essere messi in atto sono quelli che hanno con l’identità in questione, una serie di significati sociali (Sparks & Shepherd, l992). L’identità delle persone infatti è legata anche agli ambienti che si “sperimentano”, poiché i processi psicologici che la strutturano e definiscono comprendono anche le relazioni con gli oggetti, le persone, i luoghi e i simboli.
    Es.: è molto probabile che chi “ama la vita”, se informato e quindi consapevole del male che l’ambiente sta subendo, assuma posizioni contrastanti con un grosso polo siderurgico che non rispetta le prescrizioni legislative italiane ed europee, che limitano le emissioni di inquinanti nell’ambiente.
  2. Identità sociale (Teoria dell`identità Sociale, Tajfel, 1981; Tajfel & Turner, 1979; Capozza & Brown, 2005). L’identificazione con un gruppo può predire la messa in atto di comportamenti volti a perseguire o a difendere gli interessi di tale gruppo (Terry, Hogg & White, 1999).
    Es. Se nel mio gruppo/famiglia ci sono casi di tumore io cercherò di difendere la salute combattendo le cause di tali incidenze.
  3. Identità di luogo. (Proshansky, Fabian & Kaminoff, 1983; Bonaiuto, Twigger & Breakwell 2004). Quando il comportamento pro-ambientale, connesso con un certo luogo, acquisisce un valore positivo per il gruppo, esso potrebbe essere visto come funzionale al mantenimento di un‘identità di luogo (e sociale) positiva (Uzzel et al. 2002).
    Le persone si dovrebbero impegnare per proteggere il proprio ambiente, in quanto parte integrante della propria identità.
    Secondo Proshansky, Fabian e Kaminoff (1983), l’identità di luogo è un costrutto centrale della Psicologia Ambientale, che recentemente è stato contemplato anche all’interno delle teorie dell’identità sociale (Bonaiuto et al., 2004). Con identità di luogo si intende una sub-struttura cognitiva dell’identità, che favorisce le funzioni integrative del Sé e che si alterna tra dimensione individuale e sociale. L’esperienza riguarda sempre ambienti fisici connotati da significati e credenze sociali A livello psicologico, riferendoci alla “Teoria dell’Attaccamento” di Bowlby (1969), che ha catalizzato l’interesse della Psicologia Ambientale sulla natura affettivo-emozionale del rapporto uomo\ambiente, possiamo parlare di “attaccamento di luogo” riferendoci a quei condizionamenti positivi, a volte inconsapevoli, che si acquisiscono nel tempo, grazie ai legami comportamentali, affettivi e cognitivi tra gli individui e/o i gruppi e i loro ambiente socio-fisico (Brown e Perkins, 1992). Dunque, i sentimenti che noi sentiamo nei riguardi dei “nostri” luoghi (e delle relative comunità di cui facciamo parte) definiscono meglio la nostra identità, e danno un significato alla nostra esistenza (Giuliani, 2003).
    L’ attaccamento di luogo ha importanti funzioni, come dare stabilità, sicurezza e difesa all’identità personale; questo è un processo dinamico, in quanto le trasformazioni dei luoghi, delle persone e delle attività causano cambiamenti nelle modalità di attaccamento, le quali si creano e ricreano continuamente.
    L’ambiente residenziale è tra i luoghi con cui una persona sviluppa una relazione di attaccamento, senza subbio il più importante (e quindi il più studiato), per la sua salienza relazionale e temporale nell’arco di vita di una persona. Cosi come per la soddisfazione residenziale, anche l’attaccamento residenziale, può riferirsi ad un continuum su scala territoriale sempre più esteso, andando dalla propria abitazione alla propria città e assume significati sempre più sociali quando investe territori di scala più ampia (la propria regione e il proprio stato; cfr. Mura, 2005).
    L’identità di luogo ha un effetto di attenuazione sulla percezione della pericolosità di una fonte inquinante locale, infatti ci sono studi empirici che hanno messo in evidenza come l’ identificazione regionale (un`identità di luogo specifica) sia in grado di mediare la percezione dell’inquinamento del proprio ambiente: i soggetti più identificati con la propria regione hanno una minore percezione di inquinamento, mostrando una tendenza simile a quella dell’identità sociale, percependo soprattutto gli aspetti positivi del proprio gruppo, per mantenere un livello elevato di autostima (Bonaiuto et al., 1999).
    Identificarsi fortemente o essere particolarmente attaccati ad un determinato luogo porta le persone a mettere in atto comportamenti protettivi verso quel luogo… A livello psicologico si può parlare anche di difesa, al fine di rendere meno terrificante la realtà e difenderci quindi dalle “somatizzazioni”. Le persone si impegnerebbero a proteggere il proprio ambiente in quanto parte integrante della propria identità (Bonnes, Carrus & Passafaro, 2006; Carrus et al. 2005; Stedman, 2002). Da quanto detto si può quindi ipotizzare che la popolazione di Taranto sottostimi l’inquinamento prodotto dai grossi insediamenti come ILVA, Cementir, Inceneritori, Cantieri Navali della Marina Militare, Eni ecc., non ribellandosi a questa ingiusta situazione, anche a causa dell’effetto delle “difese interne” che agiscono per mantenere una adeguata identità di luogo e proteggono l’individuo dalla “frantumazione dell’io”.
    Nonostante i cittadini mettano in atto delle difese, comunque l’inquinamento atmosferico può effettivamente causare uno stato ansioso e di paura, in quanto esso attacca i processi di percezione “sana” dell’identità. La percezione di una minaccia, che non è ben chiara o che non viene adeguatamente spiegata pubblicamente, può determinare alcune malattie psicosomatiche e forme maniacali. Queste malattie, tra 1’altro, dovrebbero avere maggiore frequenza (a causa dell’effetto “impotenza appresa” che approfondiremo in seguito) in città in cui, soprattutto per scelta politica od economica, si tende a nascondere un eventuale pericolo o addirittura dei dati di fatto, al fine di tutelare la posizione di pochi piuttosto che l’intera comunità. Questo avviene perché tali scelte politiche, sbagliate, mettono il cittadino nella condizione di avvertire maggiore senso di “malessere” a causa della sua impotenza. Vedi il caso il caso ILVA: nonostante gli elevati valori degli inquinanti emessi, si tende ad insabbiare la reale situazione del territorio. A tal proposito appare emblematico ricordare come lo stesso dirigente dell’azienda ILVA, Emilio Riva, in una intercettazione telefonica abbia definito il suo addetto alle pubbliche relazioni, Girolamo Archinà, “maestro degli insabbiamenti”.
  4. E’ ormai di uso comune parlare di stress ambientale, per definire una “condizione ambientale fisica e sociale che la persona percepisce come attualmente o potenzialmente rischiosa dannosa o deprivante” (Lepore & Evans, 1996, p.350).Esempi di stressors sono l’Inquinamento cronico dell`aria, il rumore, l’affollamento, il cambiamento climatico, gli incidenti, i disastri ambientali (Lepore & Evans, 1996).Peron e Saporiti, nel 1995 individuano 5 stressori principali dovuti all’ambiente urbano:1. rumore2. affollamento3. traffico4. variazioni di temperatura5. inquinamento dell’ariaSi stanno diffondendo nei paesi industrializzati e nelle grandi città, manifestazioni di panico da parte delle persone che si trovano costrette ad inalare area rarefatta, sostanze tossiche ecc. Basta immaginare luoghi molto affollati come metro, autobus, treni ecc. In queste situazioni la causa degli attacchi di panico è da attribuire senza dubbio a tanti fattori, ma soprattutto all’inquinamento atmosferico, in particolare alla presenza di anidride carbonica e polveri sottili in quantità eccessive, che influisce sui chemiorecettori cerebrali, responsabili dell’eccessiva stimolazione del sistema nervoso attraverso i sensi e quindi degli attacchi di panico.Lo stress ambientale ha diversi effetti psicologici negativi.
  5. Seligman già nel 1975 parlava di “Stress e impotenza appresa” proprio per descrivere quella situazione in cui, persone o animali sperimentano un evento che non sono in grado di controllare e quindi sviluppano l’aspettativa di una mancanza di controllo in situazioni analoghe.
    Oggi è possibile parlare di “frustrazione”: essa viene definita come reazione a quelle situazioni in cui viene a trovarsi una persona quando è ostacolata, temporaneamente o in modo permanente, rispetto alla possibilità di soddisfare i suoi bisogni. Le caratteristiche fisiche del contesto di vita possono influenzare la soddisfazione dei bisogni di singoli individui o di interi gruppi. L’incontrare ostacoli al soddisfacimento dei bisogni è solitamente da considerarsi la normalità nel corso dell’esistenza, ma esistono dei casi, vedi l’inquinamento di Taranto che causa continui decessi, in cui tale condizione non può essere definita “normale”.
    Riveste un ruolo fondamentale quindi la percezione di controllo o la self efficacy. Per self efficacy si intende la convinzione che le persone hanno circa la loro efficacia personale di organizzare e dirigere le loro abilità e risorse per mettere in atto un`azione che li condurrà alla conseguenza desiderata (Bandura, 1977).
    Se il rischio è quindi imposto dall’esterno, vedi l’inquinamento di Taranto, esso è percepito come più intollerabile e grave, rispetto ad un rischio a cui ci si espone volontariamente (per esempio il fumare sigarette).
    L’impotenza appresa assume quindi il significato di Incapacità acquisita (Learned helplessness), cioè esposizione incontrollata agli stimoli negativi. L’andamento dei fenomeni non desiderati viene considerato del tutto indipendente dalle azioni, quindi vi è un abbassamento nella motivazione, con evidenti ripercussioni a livello di stress cognitivo e quindi con conseguenti effetti (Seligman, 1975) sull’umore.
  6. In base a quanto teorizzato e spesso rilevato sino ad oggi in letteratura e ricerca sul campo, si possono ipotizzare, e in molti casi confermare, diversi

    effetti dovuti allo stress/inquinamento ambientale:

    sui compiti cognitivi
    • diminuzione dell’attenzione nei compiti di vigilanza (Hockey,1979; Herzog, 1997);
    • diminuzione della memoria nei compiti cognitivi che coinvolgono l’attenzione, la memoria a breve termine, la memoria incidentale (Hockey,1979);
    sulle relazioni interpersonali
    • altruismo e cooperazione (unirsi per difendere la causa);
    • aggressività (Herzog, 1997). Le conseguenze dello stress si estendono poi anche alle relazioni interpersonali e agli affetti. In particolare è stato dimostrato che in condizioni di stress spesso recede il livello di altruismo e di cooperazione tra gli individui e si registra un incremento delle condotte aggressive (Cohen,1980);
    sulla fisiologia:
    • mutazioni genetiche;
    • cambiamento dei livelli ormonali a causa di sostanze tossiche o come semplice conseguenza del1’alterazione del benessere psicofisico (aumento delle catecolamine e corticosteroidi, sviluppo di cellule tumorali);
    • attivazione del sistema nervoso autonomo (aumento della pressione sanguigna, della conduttanza cutanea, della frequenza respiratoria, della tensione muscolare, variazione del battito cardiaco) (Evans e Cohen,1987);
    • malattie respiratorie acute e croniche, neoplasie, compromissione di altri organi (vedi tabella 2,3,4), disfunzioni varie all’apparato cardiovascolare, apparato gastroenterico, sistema neuro-immunoendocrino, sistema nervoso centrale, apparato respiratorio, altri organi e apparati;
    • aumento di probabilità nel contrarre il raffreddore, l’influenza, e le infezioni batteriche (Cohen,Tyrrell e Smith, 1991; Cohene Williamson, 1991);
    sui comportamenti:
    • comportamenti malsani;
    • riduzione delle ore di sonno;
    • mancanza di attività fisica;
    • poca attenzione e rispetto della natura (grazie all’acquisizione del “modello negativo”);
    sulla psiche:
    la sintomatologia psicosomatica conseguente si sviluppa per stadi progressivamente sempre più gravi, mano a mano che si è sottoposti agli stressors ambientali;
    • disturbi dell’attenzione e della memoria, quindi autopercezione di non essere all’altezza delle situazioni;
    • stress;
    • sindrome da impotenza;
    • rabbia/paura (nervosismo, ansia, attacchi di panico…);
    • nevrosi e idee ossessive;
    • depressione, rassegnazione;
    Il tempo di durata e l’intensità dello stress ambientale fanno sì che, cosi come accade con tutti gli stimoli continui ed incontrollabili subiti dall`uomo/bersaglio, a seconda delle qualità dello stimolo, si tende ad avere risposte differenti.

  7. Abbiamo infatti visto la reazione di “impotenza appresa”, ma si potrebbe anche avere una risposta di adattamento allo stress. L’effetto di adattamento è comunemente riscontrabile in tutte le ricerche che si sono occupate di rischio tecnologico (nelle ricerche sul nucleare, per esempio effettuate da Melber, Nealey, Hammersla e Rankin, 1977; Van der Pligt, 1992). E’ di estrema importanza sottolineare che nelle specifiche ricerche sul nucleare questo effetto è spiegato in termini di assenza di esperienze negative immediatamente riscontrabili come conseguenti all’installazione della centrale, quindi di riduzione della dissonanza cognitiva o di adattamento cognitivo. In breve, l’adattamento è molto più difficile quando si assiste alla presenza di esperienze negative, come tumori conseguenti ad esposizione prolungata agli inquinanti (vedi il caso di Marghera in Veneto o l’Ilva a Genova e Taranto). Nella ricerca di Lima (2004), sull’installazione di un inceneritore, si osserva l’effetto di adattamento sul livello di percezione del rischio, ma allo stesso tempo un aumento dei sintomi psicologici (ansia, depressione e stress) riportati dai residenti. Questi risultati sono interpretati dall’autrice come conseguenza delle continue “suggestioni” prodotte da danni derivanti dal vivere nei pressi dell’istallazione nucleare.
    Pensando al caso Taranto, quindi, è possibile ipotizzare che le persone, essendo consapevoli che l’aria che respirano non è sana, quindi consapevoli di essere continuamente sottoposti ad inquinanti, presentino un aumento di sintomi psicologici, come stress e depressione.
    Riassumendo schematicamente, l’adattamento allo stress, che spesso ha effetti di conservazione della specie, ha in questi casi conseguenze negative, quali:
    abitudine. Quindi abbassamento della sensibilità allo stress e relativa conseguente esposizione agli stressors, senza corretta valutazione del rischio, sottostimando il pericolo;
    generalizzazione della risposta. L’individuo adotta la modalità di adattamento (per es. abbassa la sensibilità a quello stress) anche in altre situazioni, per esempio in assenza dello stimolo o difronte a stimoli simili anche se nocivi;
    disturbi fisici e psichici a lunga durata quindi sensibilità alle malattie e abbassamento delle difese immunitarie;
    comportamenti aggressivi e vandalici (Moser, 1992) a causa del senso di impotenza nel controllo della fonte di inquinamento, processo di pensiero altamente frustrante a livello psichico.
  8. Bisogna anche considerare, in questo panorama di effetti e cause dell’inquinamento atmosferico, l’importante influenza che ha livello psicologico la percezione del rischio.
    Lazarus e Folkman (1984) hanno osservato che, in generale, le conseguenze sulla salute psichica delle persone che vivono in un ambiente stressante dipendono in primo luogo dalla valutazione della minaccia e in secondo luogo dalle risorse che le persone hanno per affrontarla.
    In questa prospettiva, la percezione del rischio delle persone che vivono nei pressi di un impianto industriale è collegata a un basso senso di controllo e a una bassa conoscenza della minaccia esistente. Questo porterebbe, di conseguenza, ad un aumento dello stress psicologico e psicofisico (Lima, 2004) e una modificazione della qualità della vita delle persone (Spedden, 1998). Se prima il concetto di rischio era inteso solo in termini di eventi di origine esclusivamente naturale (inondazioni, terremoti…), sin dal diciassettesimo secolo si include anche la responsabilità umana agli eventi di origine naturale; durante il periodo illuminista il concetto è stato affiancato a quello di probabilità di esiti negativi o positivi (Lupton, 2003). Attualmente il termine rischio viene legato a parole come pericolo, minaccia, azzardo e danno, quindi oggi non è più associato, come in epoca illuminista, ad eventuali esiti positivi, ma quasi esclusivamente a quelli negativi. Deplano G. in “la percezione del rischio” (2011) evidenzia come il rischio è elaborato dal nostro sistema cognitivo attraverso due vie:a) la via analitica (logica);
    b) la via esperienziale (emotiva).a) La via analitica, situata nella neocorteccia, ci permette di elaborare le informazioni in maniera logica. Questa forma di elaborazione è lenta e richiede un grande impegno cognitivo, quindi non è adatta quando si deve prendere una decisione velocemente (come accade nella maggior parte dei nostri comportamenti quotidiani), ma è più indicata quando si vuole valutare e ponderare con calma un rischio che si deve affrontare (per esempio nel caso di impatto ambientale delle industrie nella propria città).b) La via esperienziale è, invece, veloce ed automatica. Secondo alcune ricerche sembrerebbe che questa via funzioni tramite le reazioni emotive che sono associate al rischio; se la reazione è positiva allora l’oggetto non è rischioso. Gli individui creano con l’esperienza una serie di connessioni in memoria; esse sono il frutto del rapporto tra il rischio e le emozioni associate: in questo modo si dà vita ad un processo automatico di reazione al rischio. Spesso queste reazioni sono veicolate da immagini che possediamo nella nostra mente: “le informazioni sul rischio hanno un impatto sul nostro comportamento solo se riescono a creare nella nostra mente immagini cariche di emotività” (Savadori, 2003, pag.233). Questo processo di creazione di immagini è quindi influenzato dalle caratteristiche che il rischio stesso possiede.Sulla base di quanto detto si può affermare che se una tecnologia mette in pericolo la vita a breve termine, in particolare dei bambini, questa è percepita dalla gente comune come più rischiosa rispetto ad una tecnologia che invece può colpire più lentamente, in tarda età.
    Per questa ragione, lo studio di come le persone percepiscono un rischio diventa centrale, al fine di comprendere come gli individui lo affrontano. I primi studi scientifici sulla percezione del rischio sono stati condotti da Starr nel 1969. Slovic e colleghi, a partire dal 1978 (Fischoff et al. 1978, 1983; Slovic et al. 1980, 1985; Slovic et al. 2005; Slovic & Peters, 2006) hanno sviluppato il paradigma psicometrico. Lo scopo principale di questo ambito di ricerca è quello di identificare le strategie mentali, o euristiche, che i cittadini comuni utilizzano per formulare i giudizi sul rischio (Slovic, 1987). Attraverso questo paradigma sono state individuate una serie di caratteristiche variabili del rischio (vedi tabella 1) che esercitano un impatto sui processi di codifica e sui conseguenti comportamenti, come la distinzione fra rischi comuni e terrificanti, oppure cronici e catastrofici.
    TABELLA-le-caratteristiche-del-rischio-de-planoTabella 1 (modificata Deplano G. La percezione del rischio, 2011) (Fischoff et al. 1978, 1983; Slovic et al., 1980, 1985; Slovic et al., 2005; Slovic & Peters, 2006) .
    Approfondendo il concetto di “percezione del rischio” i dati Istat del report “popolazione e ambiente” (si veda successivamente nel capitolo “ricerche”) hanno evidenziato, attraverso percentuali precise, “come e cosa” gli Italiani nel 2012 consideravano pericoloso per la loro salute. La popolazione percepiva come rischioso ai primi posti l’emergenza “inquinamento dell’aria, acqua, suolo, produzione e smaltimento rifiuti, cambiamenti climatici ecc., emergenze queste dovute tutte al comportamento dell’uomo e quindi da esso dipendenti.
    Anche una equipe di studiosi Cinesi e Nederlandesi (per approfondimenti si rimanda a Zhengtao Lia, Henk Folmera, Jianhong Xueb nel capitolo “ricerche”) nel loro costrutto teorico considerano cruciale, per essere felici, una bassa percezione del rischio ambientale.
    Danon (2006) parla di casi di depressione, evidenziandoli come risultato della “sensazione di mancanza del futuro indotta dall’emergenza ambientale” e anche a causa dei “lutti non riconosciuti e non superati, relativi a disastri ambientali: come è successo a volontari in Galizia, dove le spiagge sono diventate nere di petrolio; operatori umanitari in Amazzonia, rimasti sconvolti dallo scempio; operatori antincendio in Liguria: situazioni in cui non si è riuscito ad evitare la distruzione dei territori che si amano (molte persone vivono con sofferenza la sostituzione di boschi, campi e natura incontaminata con distese di cemento) .
    Come afferma quindi anche Perussia:” L’immagine della natura che portiamo dentro di noi influenza le nostre scelte e i nostri comportamenti, determina il nostro stile, si riflette sugli stati d’animo e interagisce con le dinamiche profonde della personalità” (1989, p. 7).
Bibliografia INQUINA-MENTE
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INQUINA-MENTE-copertina-dr-Zinzi-NARCISSUS“INQUINAMENTE”. Psiche ed inquinamento. Immaginazione o realtà?
“Ipotesi” sulle cause ed effetti psicologici dell’inquinamento.  Stimoli ed eventi traumatici subiti e “possibili” reazioni psicologiche dei cittadini.
ISBN: 9786050369953

Editore: Narcissus Self Publishing
Data di pubblicazione:  2015

Per approfondimenti sulla possibile connessione tra la psiche e l’inquinamento leggi anche gli articoli:

1 – Psicologia Ambientale. Interdipendenza tra ambiente e uomo.
2 – Ambiente e identità. Gli effetti psicologici dell’inquinamento

  1. Identità di sé
  2. Identità sociale
  3. Identità di luogo
  4. Stress ambientale/Frustrazione
  5. Stress e impotenza appresa
  6. Effetti dovuti allo stress/inquinamento ambientale
    -sulla fisiologia
    -sulle relazioni interpersonali
    -sui compiti cognitivi
    -sui comportamenti
    -sulla psiche
  7. adattamento allo stress
  8. percezione del rischio Ambiente e identità. Gli effetti psicologici dell’inquinamento.

3 – Ecco qui di seguito una raccolta delle poche ricerche scientifiche sull’argomento:

4 – Il Caso (ILVA e non solo) Taranto (INQUINA-MENTE)

Immaginazione o realtà? “Ipotesi” sulle cause ed effetti psicologici dell’inquinamento a Taranto.  Stimoli ed eventi traumatici subiti e “possibili” reazioni psicologiche dei cittadini.

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Demenza e funzioni cognitive compromesse

Demenza e funzioni cognitive.

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La demenza è una malattia a carattere degenerativo del sistema nervoso, in cui le cellule del sistema nervoso centrale vengono colpite progressivamente morendo (Galimberti U., 1999). Con l’avanzare della malatia viè una massiccia e progressiva compromissione delle funzioni cognitive, comportamentali e dell’umore. Conseguenza di tale processo sono le modificazioni comportamentali e le modificazioni nell’uso delle abilità cognitive quali:

  1.  la memoria
  2. l’orientamento spazio-temporale
  3.  la percezione
  4.  l’attenzione
  5.  la capacità di giudizio
  6.  il linguaggio

La compromissione di tali deficit è graduale, la progressiva degenerazione di determinate aree cerebrali interessa il conseguente declino funzionale.

1.1 Deficit mnesici (memoria)

Nel libro “l’operatore e il paziente Alzheimer, manuale per prendersi cura del malato” di Raffaella Galli e Mariarosria Liscio, viene riportato questo colloquio tra un paziente e la persona che si occupa di lui (caregiver):

“Se vai in cantina, mi prenderesti anche il detersivo dei piatti e i tovaglioli?” E immancabilmente una buona oretta dopo ti presentavi senza uno o l’altro o tutte e due o qualcos’altro, e sostenevi (anche arrivando a litigare) che nessuno ti aveva detto niente!
Quante volte sarà successa questa scena? Non lo so, ma sicuramente talmente tante da diventare ormai scontato che se dovevi ricordarti più di una cosa, andavi in confusione.
Le prime volte ci arrabbiavamo: sembrava lo facessi apposta. Insomma, dovevi fare due rampe di scale, arrivare in cantina e prendere qualcosa che avevi proprio sotto il naso: possibile che fosse tanto difficile? All’inizio pensavamo di no. Poi, quando abbiamo iniziato a comprendere qualcosa di più di quello che ti stava succedendo, abbiamo capito: sì, nel tuo caso fare due rampe di scale, arrivare in cantina e prendere qualcosa che avevi proprio sotto il naso poteva davvero essere troppo difficile.”(Galli R.,Liscio M., 2007, p.27).

Come si nota leggendo il dialogo, lentamente ci si capacita dei danni del sistema limbico, con progressivi cambiamenti nella qualità della vita.
La frequenza delle piccole dimenticanze (dimenticarsi di un appuntamento, dimenticarsi la macchinetta del caffè sul fuoco, un nome, perdersi per strada ecc.) che ha un malato di Alzheimer è assolutamente distinguibile dalla frequenza con la quale le stesse dimenticanze interessano le persone sane.
Il processo degenerativo interessa la persona in modo progressivo e marcato, si arriva infatti a non riconoscere un proprio familiare, perdere l’abilità nello svolgere determinate azioni anche automatiche come farsi la barba, allacciarsi le scarpe …
Spesso a seguito di questi episodi e quindi quando è ormai in uno stato avanzato della malattia, il paziente o i suoi familiari decidono di rivolgersi ad un medico con richiesta di aiuto, inconsapevoli di cosa stia accadendo.

Secondo il modello di Atkinson e Shiffrin (1968), la memoria va distinta in due tipi:
1. memoria a breve termi¬ne (MBT)
2. memoria a lungo termine (MLT).
Con la MBT noi ricordiamo piccole quantità di informazione utili nell’immediato, per esempio il ricordo di un indirizzo da scrivere su un bigliettino, oppure il ricordo di un numero di telefono da digitare immediatamente. La caratteristica della memoria a breve termine è che una volta che queste informazioni vengono utilizzate, esse vengono immediatamente cancellate.
Per evitare che questo tipo di informazioni rimangano in traccia e quindi allungare i tempi di “delete” è molto utile l’esercizio della reiterazione, cioè la ripetizione continua dell’informazione da mantenere vivo in memoria.
La MLT è divisa in due canali:
– memoria dichiarativa che rappresenta tutto quell’insieme di tracce mnesiche che possono essere verbalizzate. Essa, a sua volta, è distinta in :

  • memoria semantica, che “immagazzina” simboli, regole e formule; la così detta “conoscenza generale del mondo”,
  • memoria episodica, la quale contiene le informazioni riguardanti tutti gli eventi di vita. Spesso viene anche chiamata memoria autobiografica, in quanto è quella parte della MLT che ci permette di ricordare le esperienze significative di vita ed anche il loro intreccio temporale.

La memoria semantica e la memoria episodica, pur essendo parte della stessa memoria dichiarativa, vengono localizzate in due aree cerebrali differenti, quindi avranno differenti tempistiche degenerative.
Per essere fissate nella MLT, alcune informazioni devono essere elaborate o anche “salvate” attraverso la tecnica della reiterazione (ad esempio come avviene quando si imparano le poesie) rendendole permanenti in memoria. Frequentemente le difficoltà maggiori consistono nel riuscire a fare emergere dalla memoria a lungo termine l’informazione archiviata.
L’invecchiamento degenerativo delle varie zone del cervello, crea (così come accade con l’avanzare della senescenza), l’attraversamento di varie fasi.
Accade infatti che, si hanno buoni ricordi degli eventi e fatti del passato, ma poi si ha difficoltà a ricordare eventi più recenti, ad esempio cosa si è appena mangiato.
Per fronteggiare questa difficoltà, cioè mancanza di memoria degli episodi appena accaduti, l’uomo crea una copertura del vuoto mnesico trasponendo ricordi immagazzinati dalla memoria a lungo termine in tempi presenti. Così l’anziano a tratti avrà momentanee modificazioni del sè, infatti spesso si assiste ad anziani che si catapultano in tempi remoti della memoria, credendo di essere bambini …

– Memoria procedurale: è quella parte della MLT implicita cioè costituita da processi non consapevoli. Grazie a questa memoria noi siamo in grado di svolgere compiti automatici che una volta appresi è difficile modificare. Questo tipo di memoria è impiegata ad esempio quando guidiamo un automobile, una bici, anche quando magari non ricordiamo il come e il dove abbiamo appreso queste abilità.
La malattia di Alzheimer intacca per ultima questo tipo di memoria.

È evidente come i disturbi a carico della memoria compromettano in modo massiccio la qualità di vita del soggetto che non è più in grado di avere delle buone autonomie, delle adeguate relazioni interpersonali, ha dei disturbi emotivi, visuo-spaziali, fino a non riconoscere il proprio caro. Spesso il malato di Alzheimer minimizzando i suoi deficit potrebbe imbattersi in situazioni nelle quali metterebbe in pericolo la propria vita ed anche quella d’altri.
Mano a mano tutte le capacità del soggetto si invalidano rendendolo completamente dipendente da un aiuto.
È proprio in questa fase che assume grande importanza la persona che si curerà di lui, il caregiver. Non è semplice infatti riuscire a mantenere la calma di fronte a continue dimenticanze del malato, spesso il caregiver è frustrato e nervoso quindi, è assolutamente inutile che si adiri pensando di cambiare la situazione perché purtroppo è il danno organico che crea questi disturbi, e senza memoria non c’è apprendimento.

I farmaci esistenti non riescono a curare la malattia ma solo a rallentarla se presa in tempo.
Il compito del caregiver è quello di aiutare il malato anche attraverso l’ausilio di procedure scritte su foglietti (post-it) a svolgere i normali compiti quotidiani (mangiare, lavarsi i denti, le mani ecc.), fino ad aiutarlo anche fisicamente negli ultimi stadi degenerativi.
È condiviso che il caregiver, debba essere vigile sul proprio stato dell’umore, riuscendo a consapevolizzare in modo più efficace la propria frustrazione elaborandola, tanto da rivolgersi ad un psicoterapeuta qualora sentisse di avere bisogno di un supporto, per meglio evitare un eventuale burn-out.

 

 

1.2 Deficit Spazio-temporali

Con l’avanzare della malattia, la degenerazione delle cellule del sistema nervoso intacca la zona della corteccia parieto-temporale e si assiste ad una sempre più grave compromissione delle funzioni controllate in quella particolare area del cervello: la dimensione spazio-tempo.
Con i deficit mnesici il paziente subisce un disorientamento multidimensionale, avviene che all’improvviso non sa dove si trova, come e da quanto tempo.
Il paziente non è in grado di ricordare in che mese, giorno ed anno si trova, confondendo spesso il presente con il passato e viceversa, il dove e i vari nessi di casualità tra gli eventi.
In concomitanza di situazioni-stimolo nuove, il paziente avverte ansia poiché non riconosce luoghi, tempi e modalità di svolgimento.
Anche in casa spostamenti di oggetti, mobili, possono destabilizzare il malato.
Grossi disagi emotivi invadono gli ultimi stadi del degrado cognitivo: disagio, ansia, paura dell’abbandono.
Poiché è ancora impossibile arrestare l’avanzamento della malattia, l’unica cosa da fare resta agevolare e favorire in tutti i modi che il paziente si trovi in un ambiente che riconosce, evitando di fare grossi cambiamenti in casa.
Quando è impossibile lasciare il malato nella propria abitazione, potrebbe essere utile permettergli di arredare i luoghi nei quali andrà a vivere con oggetti che lo aiuterebbero a sentirsi a casa.
È molto utile preparare dei fogli e cartelloni su cui scrivere i compiti e le attività da svolgere durante la giornata, ovviamente dovranno anche essere appesi un calendario ed un orologio, in modo ben visibile.

 

1.3 Deficit percettivi (agnosie)

Se per quanto riguarda i deficit puramente mnestici il paziente non riesce a ricordare i nomi delle cose, quando invece subentrano i deficit percettivi, il soggetto non riesce proprio a dare un senso a quello che percepisce.
In questo caso i danni cerebrali, riguardano le aree dell’elaborazione e integrazione del percetto.
Le informazioni provenienti dagli organi di senso raggiungono la corteccia cerebrale ma non vengono elaborati; per questo si avranno agnosie uditive, tattili e visive e disturbi nel riconoscimento olfattivo.
Spesso la persona affetta da demenza non sarà in grado di riconoscere volti, voci di familiari ecc. arriverà a non riconoscere addirittura la propria immagine riflessa allo specchio, la riorganizzazione dello spazio di vita in questi casi è l’unica soluzione possibile, quindi sarà opportuno eliminare dalla casa del malato gli specchi in modo che si eviti in lui la comparsa di sentimenti di paura e frustrazione.
Sarà spesso utile aiutare la persona affetta da demenza nell’avvio di azioni stimolandolo, si potrà quindi porgergli le posate quando si nota che egli non mangia spontaneamente.
Una tecnica molto utile per favorire il malato quando la sua memoria ormai è molto compromessa, è quella di creare un cartellone con le foto e i rispettivi nomi delle persone significative della sua vita in modo che egli sia facilitato nel loro riconoscimento.

 

1.4 Deficit aprassici

L’aprassia (dal greco a- prefisso di negazione, e praxía fare, quindi incapacità di fare) è un disturbo neuropsicologico del movimento volontario. Deficit relativo alla capacità di elaborare un progetto d’azione: il paziente non riesce a rappresentarsi mentalmente il gesto da compiere, tanto meno ad organizzare sequenze motorie idonee a raggiungere lo scopo di una particolare azione. Nonostante la volontà del soggetto e le sue capacità motoria siano intatte, egli non riesce ad eseguire la sequenza combinata di azioni. Come in molte malattie neurologiche, le persone affette da tale disturbo non se ne accorgono.
Questo deficit crea un grosso e generale decadimento delle funzioni motorie, spesso si sbaglia e si fa confusione sull’ordine dei movimenti da fare in ogni singola azione;
In base al livello di elaborazione dell’atto motorio, si distingue:

  • – L’aprassia ideativa (AI), in cui la disfunzione è nel processo di rappresentazione mentale del gesto o sequenza di movimenti da compiere. E’ proprio un’incapacità di formulare un piano d’azione complesso, anche se non è compromessa la capacità di eseguire singole azioni. Sembra causata da una lesione del crocicchio temporo-parieto-occipitale dell’emisfero di sinistra, solitamente ad eziologia vascolare. Nelle prove d’uso di oggetti si osservano frequenti errori di omissione, uso erroneo, errata localizzazione, goffaggine, perplessità e errori di sequenza.
  • – L’aprassia ideomotoria o idiocinetica (AIM), in cui lo schema della memoria è conservato, ma non è accessibile al richiamo volontario, per cui non è possibile eseguire sequenze di movimenti su comando o per imitazione bensì sia possibile esguirli in automatico (Galimberti U. 1999). La lesione riguarda in genere l’emisfero cerebrale sinistro, in particolare una lesione del lobo parietale causa più di frequente AIM anche grave, rispetto a una lesione frontale dell’area premotoria laterale. Una lesione del corpo calloso può causare AIM degli arti omolaterali all’emisfero dominante.
  • L’aprassia acrocinetica (AAC): in cui il paziente gesticola in modo goffo e bizzarro, quasi cristallizzato, vi è mancanza di fluidità nel muoversi; inoltre, i movimenti, sempre disorganizzati, sono privi di coordinazione spontanea nonostante vi sia una conservata ideazione. E’ dovuta a lesioni nelle aree premotorie. In questo tipo di aprassia è impossibile effettuare movimenti spontanei e volontari, le difficoltà aumentano in base alla complessità del compito, ma non variano in base alla tipologia di oggetto o su imitazione.
  • L’aprassia costruttiva o amorfosintesi (AC): è caratterizzata dall’incapacità di comporre le parti per ottenere un tutto (Galimberti U. 1999). Il suo portatore non è in grado di produrre correttamente costruzioni tridimensionali o disegni bidimensionali, sia a memoria che su imitazione. Essa è causata da lesioni cerebrali sia dell’emisfero destro che del sinisto. Spesso, quando la lesione interessa la parte sinistra dell’encefalo il soggetto tende a semplificare il disegno e rimpicciolirlo; quando la lesione è destra invece, si osservano disegni prodotti con grave disorganizzazione spaziale e perdita dei dettagli nella parte controlaterale alla lesione, quindi a sinistra. L’aprassia costruttiva può dipendere da deficit a carico dei sistemi di analisi visuo-spaziale (lobo parietale destro), di pianificazione e monitoraggio dell’azione (lobi frontali), di sensibilità tattile e propriocettiva, di memoria semantica.
  • L’aprassia motoria o cinetica (AM): è dovuta alla perdita degli schemi mnestici di origine cinestesica necessari per l’esecuzione di atti corretti, soprattutto di quelli fini (Galimberti U., 1999). Questa aprassia quindi crea una disorganizzazione del movimento caratterizzata da una riduzione della spontaneità motoria.

 

 

1.5 Deficit dell’attenzione e delle funzioni di esecuzione

Accade spesso che se si chiede ad un malato di Alzheimer di eseguire un compito, ci si rende conto che lui non è in grado di eseguirlo; le ragioni possono essere tante, come il non discriminare un oggetto tra tanti, non riuscire a prestare attenzione su chi parla e quindi sintonizzarsi sul messaggio.
Per poter aiutare il malato, è opportuno impegnarsi nel mantenere un contatto oculare e stare attenti che non ci siano elementi di disturbo che possano interferire.
La compromissione delle funzioni esecutive è causata da degenerazione dell’area della corteccia frontale che, coinvolge diverse abilità cognitive come: pensiero astratto, abilità di programmazione dei movimenti e selezione degli obiettivi .
Anche in questo caso è opportuno lasciare il malato in un ambiente più stabile possibile, è inoltre utile minimizzare i suoi deficit, evitando di sottolineare i suoi vari impedimenti e incapacità , tutto questo ha la funzione di evitare la frustrazione.

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LA MOTIVAZIONE AL SUICIDIO. Provare a prevenire in 4 passi

Secondo l’OMS ogni anno si suicidano 16 persone ogni 100.000; la Puglia presenta 3,1 suicidi all’anno ogni 100.000 abitanti quindi al di sotto della media nazionale.
Ma riferendoci nello specifico a Taranto e all’arco temporale di Agosto 20014 si rileva un aumento di suicidi. A Taranto in circa un mese da luglio ed agosto 2014 si contano 6 suicidi e 4 tentativi. 4 semplici passi per cercare di prevenire il suicidio

tabella suicidio taranto tra luglio ed agosto 2014 dr Zinzi Psicologo psicoterapeutaIn letteratura scientifica quando si affronta il tema del suicidio, è ormai chiaro che particolari “assetti” psicopatologici di personalità (il dipendente, il depresso, lo schizofrenico, il bipolare, ecc.) creano una maggiore propensione a commettere un atto estremo. Attualmente l’attenzione scientifica si è rivolta aui vissuti e alle motivazioni che spingono a commettere un tale gesto.
Nell’uomo come già sosteneva Freud in “Al di là del principio del piacere” (1998) esistono e sono innate in noi sia l’istinto alla vita che alla morte:

  • La “pulsione di vita” ci guida alla ricerca del piacere e quindi alla soddisfazione dei nostri bisogni;
  • La “pulsione di morte” è la tendenza al vuoto assoluto pensando quindi di smettere di avere bisogni.

Per fortuna, i bisogni dell’uomo, creano “tensioni” che non sempre vengono vissute come “mancanza e insoddisfazione”, cioè quella tendenza a non desiderare più niente (morte); ma esiste anche il vissuto del “desiderio di godere nuovamente” cioè quella tendenza a conservare la propria vita e godersela. E’ molto utile essere consapevoli che “godere” è una condizione momentanea, quindi comporta, il dover soffrirne la mancanza. Quando il godimento ci soddisfa desideriamo vivere, quando la sofferenza prevale desideriamo morire.
Le motivazioni al suicidio possono essere:

  • esterne, come il desiderio di vendetta, di punizione, di colpa, di ricongiungimento con un caro defunto, una malattia ecc.
  • interne, come la disperazione, il vuoto esistenziale, la mancanza di speranza ecc.

Il sociologo francese Émile Durkheim  nella sua opera “Le suicide”
(1897) raggruppando le varie ricerche degli statisti e positivisti dell’epoca postula che le motivazioni interne a tale gesto risultano irrilevanti rispetto alle condizioni dell’ambiente collettivo. Lo stesso Durkheim (1969) distingue quattro tipologie di Suicidio:

  1. Egoistico, quando un individuo è emarginato socialmente e quindi costretto a affidarsi alle sole risorse personali
  2. Altruistico, quando l’individuo si identifica con l’deale gruppo di appartenenza e la sua cultura
  3. Anomico, quando un individuo conseguentemente al disgregarsi del suo gruppo perde la sua identità
  4. Fatalista, quando l’individuo pensa di appartenere ad un destino dal quale non può svincolarsi.

Successivamente Beck ed al. (1990) in uno studio prospettico su 1958 pazienti ambulatoriali, hanno rilevato che il vissuto di disperazione è correlato al suicidio. Hendin (1991) ha identificato nella “desolazione”, cioè nel vissuto che si ha quando si pensa di non poter raggiungere un determinato obbiettivo/bisogno/cambiamento, uno degli elementi predittivi dell’agito suicidario. Anche il “senso di colpa” rappresenta un altro fattore rilevante nell’auto-distruttività, come rilevato dagli studi sui veterani del Vietnam.
Adler (1949) definisce il suicidio al pari della fuga, della lotta, della collera o della paura, definendolo come una difesa da situazioni psicologiche dolorose in cui vi è una forte svalutazione dell’Io nei suoi aspetti fisici, morali e sociali.
Un recente studio della University of British Columbia (Canada), pubblicato sulla rivista ufficiale della American Association of Suicidology, basato su 120 partecipanti che avevano recentemente tentato il suicidio, ha identificato come cause comuni al suicidio la disperazione ovvero la mancanza di speranze e il dolore emotivo travolgente.

COME si può cercare di PREVENIRE il SUICIDIO, in 4 semplici passi?

Come già detto, il suicidio non è necessariamente la manifestazione di un disturbo mentale o di un raptus, questo ci fa comprendere come nella prevenzione al suicidio l’intervento è davvero complesso ed esteso, tanto da coinvolgere diverse figure come: istituzioni, famigliari, colleghi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti ecc.

Gli interventi di prevenzione al suicidio tanto scontati quanto efficaci possono essere affrontati seguendo questi 4 semplici passi:

  1. Ascolto dei bisogni della persona. Questo rappresenta il passo principale e più importante da fare nei confronti di chiunque. Coloro che hanno la possibilità di ascoltare e quindi rilevare per primi questo rischio sono proprio i parenti, gli amici, i colleghi ecc. Solitamente infatti, ci si confida (o si prova a farlo) con i propri cari, pertanto sono proprio loro ad avere la precedenza nel venire a conoscenza di questo malessere.

  2. Osservare e riconoscere i cambiamenti psico-comportamentali. Le persone a noi vicine oltre a essere i primi ad avere la possibilità di ascoltare i nostri bisogni conoscendoci bene, possono anche “osservare” e quindi possono notare e riconoscere in noi ogni sorta di cambiamento comportamentale (negativo). Il non avere uno scopo di vita, il non nutrire speranze e progetti futuri, l’avere esagerati sensi di colpa, avere difficoltà a godere, difficoltà a condividere, difficoltà nel ricercare emozioni ecc. spinge a manifestare atteggiamenti comportamentali differenti, caratterizzati da disinteresse, rabbia, tristezza, chiusura, disperazione ecc. che sono più facili da notare da parte di chi ci conosce. Può anche accadere che i meccanismi di autodifesa e sconforto spingano la persona in difficoltà alla chiusura e quindi alla mancata espressione dei propri vissuti, quindi non è facile che le persone a lui vicine possano accorgersi delle reali difficolta in cui versa il proprio caro. E’ utile informarsi per meglio riconoscere i segnali di allarme, non riconoscerli non è affatto una colpa infatti spesso questo compito è affidato alla figura professionale dello Psicoterapeuta Psicologo al quale rivolgersi.

  3. Motivare il proprio caro in difficolta a richiedere aiuto, rivolgendosi ad un professionista. L’obiettivo è quello di aiutare la persona a sentirsi sostenuta, ma anche a incoraggiarla verso percorsi di autonomia e di ripresa, migliorando positivamente le proprie aspettative di vita e del proprio futuro.

  4. Chiedere aiuto ad un Professionista della salute mentale;
    Rivolgersi ad uno Psicologo Psicoterapeuta per:
    –ricevere consulenza su come comportarsi in situazioni di rischio, per se stessi o per qualcuno a noi vicino (riconoscendone i segnali di allarme)
    –invio di un famigliare in difficolta e quindi prevenzione del rischio suicidario e psicoterapia
    –poter ricevere supporto e aiuto per una eventuale elaborazione del lutto

     

BIBLIOGRAFIA

  • ADLER A., Il temperamento nervoso, Astrolabio (1949) Roma
  • BECK A.T., STEER R.A., Una risposta a Tomasson: disperazione come un predittore di suicidio. American Journal of Psychiatry, 1990.
  • Émile Durkheim, Il suicidio. Studio di sociologia (Le Suicide, étude de sociologie 1897), 1969 Bur Classici Milano
  • Émile Durkheim, Il suicidio, UTET, 1969 Torino.
  • FREUD S., Al di là del principio del piacere, (Bruno Mondadori, Varese 1998) Bollati Boringhieri, 1977.
  • HENDIN H. The Psychodynamics of Suicide with Particular Reference to theYoung. American Journal of Psychiatry, 1991

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Paul Ekman (l’innatismo delle emozioni)

La teoria di Paul Ekman sull’innatismo delle emozioni si fonda su un esperimento di analisi e raffronto interculturale (Ekman et. al., 1972).

E’ stato infatti osservato come una espressione emozionale all’interno di una specifica popolazione era interpretata correttamente e uniformemente all’interno di qualunque altra cultura, e viceversa (Stati Uniti e Nuova Guinea)

Il raffronto consisteva nel mostrare delle foto di espressioni emozionali facendole quindi riconoscere.

In concreto l’esperimento scoprì per esempio che l’espressione facciale legata alla rabbia veniva interpretata come rabbia all’interno di tutte le popolazioni analizzate.

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