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Attenzione alle false vittime!! VITTIMISMO PATOLOGICO, MANIPOLAZIONE, VITTIMMISMO ISTERICO …

VITTIMISMO PATOLOGICO, MANIPOLAZIONE, VITTIMMISMO ISTERICO …

 Per esserci una vittima c’è necessariamente bisogno di un carnefice!!

E’ palese l’esistenza di carnefici, maniaci, ossessivi, assassini, stalker ecc. che mietono vittime, meno conosciuto è invece il mondo delle false vittime e falsi carnefici. Esploriamo e prendiamo consapevolezza di quanto è pesante e dannoso il vittimismo, per la stessa vittima (di se stessa) e per le “vere” vittime del vittimismo (finto carnefice).

Il vittimismo è un atteggiamento di vita sia auto che etero distruttivo, impedisce qualsiasi tipo di evoluzione relazionale.

E’ molto importante sottolineare che il vittimista o falsa vittima non finge di soffrire, ma soffre davvero molto e che l’unica strategia che conosce/adotta per non sentire la sua sofferenza è quella non funzionale del fare la vittima.

Non è presente nel manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM) alcuna categoria che ne classifichi specificatamente il disturbo né tantomeno usi il vittimismo tra i sintomi.

Il vittimismo ha molti sintomi e caratteristiche presenti nel disturbo istrionico di personalità, dove lo stile comportamentale è caratterizzato dal richiamare in modo eclatante l’attenzione verso se utilizzando tutti i modi possibili (attraverso l’abbigliamento, il trucco, il linguaggio, gli atteggiamenti caricati sessualmente ecc.).Anche nei disturbi fittizi ci sono molti tratti comportamentali e di personalità presenti nel vittimista isterico, come nella Sindrome di Münchhausen dal nome di un barone che era solito raccontare frottole ingigantendo la realtà, tale disturbo caratterizza quelle personalità che per guadagnarsi lo “status” di malati, sono spesso in ospedale a lamentarsi di disturbi inesistenti, e lo fanno in modo così insistente e convinto da riuscire anche a crearseli realmente riuscendo quindi ad attirare l’attenzione su di sé.

Il vittimista ha costante bisogno di attenzione, desidera in tutti i modi farsi notare e per fare questo ovviamente utilizza la manipolazione. Assumere quindi il ruolo di malato, di persona che soffre, fondamentalmente per attirare le attenzioni dei più buoni e sensibili.

Il vittimista è sempre e comunque pronto a fare la vittima in cerca quindi di possibili carnefici e qualora non sia possibile trovarne anche il mondo potrà essere etichettato come avverso. La “falsa vittima” sviluppa il suo potere psicologico sul “finto carnefice” esaltando l’offesa subita e manifestando il suo dolore al fine di colpevolizzarlo e invischiarlo in questo perverso e pericoloso gioco. Anche se il vittimista mostra complicità allo stesso modo utilizzerà tale atteggiamento per confermare il suo vittimismo.

CARATTERISTICHE DEL VITTIMISTA

Superando i possibili riadattamenti offerti dalle categorie diagnostiche nel manuale dell’American Psychiatric Association DSM, sembra utile elencare alcuni dei tratti comuni nelle false vittime:

  1. Distorcono la realtà
  2. Si compiacciono lamentandosi
  3. Si autogiustificano delle loro scelte ed eccessi grazie alla loro sofferenza
  4. Hanno bassa Autostima
  5. Paura dell’abbandono
  6. Buone capacità e tecniche manipolatorie
  7. Locus of control all’esterno. Riescono a creare dei colpevoli o comunque delegare le proprie responsabilità.
  8. Non sono in grado di fare una autocritica onesta.

 MECCANISMI DA COPIONE PER LA CREAZIONE DEL RUOLO DI VITTIMA

Basta saper assumere il ruolo di vittima in una discussione ed in un attimo il nostro interlocutore apparirà autoritario, poco empatico o addirittura aggressivo.

Manipolazione dei dati e della totale realtà al fine di scaricare le proprie responsabilità ad altri.

Il vittimista cerca di arrampicarsi in tutti i modi “agli specchi” riuscendo a negare l’evidenza e quando messo alle strette costretto ad affrontare la realtà eluderà le risposte con frasi come: mi stai confondendo, mi fai violenza psicologica, non mi vuoi bene, mi fai del male, non mi dai la possibilità di risponderti ecc.

Manipolazione emotiva

Conoscendo le sue (vere)vittime il vittimista cronico saprà toccare bene i punti deboli giocando con le emozioni degli altri e padroneggiando bene il senso di colpa con frasi come: dopo che io ho fatto tanto per te tu mi tratti così, mi hai fatto perdere tutto questo tempo ed ora mi tratti così, abbiamo appena fatto l’amore e mi dici queste cose ecc.
Il vittimista è abile nell’ usare l’empatia altrui cercando di far assumere tutte le colpe all’altro riuscendo a rimanere immobile nelle sue lamentele.

Circolo vizioso vittima-carnefice che distorce la dinamica relazionale.
Il vittimista dopo aver esasperato grossi conflitti sminuisce le sue crisi ed eccessi “perdonando” e facendo finta di niente in onore del suo amore cosi da incastrare l’altro nel circolo vizioso di alleato-carnefice, trasformando il consolatore poi destabilizzato e manipolato in colpevole ed infine perdonato della sua inadeguatezza.

Stimolare l’aggressività

E’ chiaro che nessuna forma di violenza è legittima.
La falsa vittima delegittima continuamente l’altro senza valide argomentazioni ma semplicemente stuzzicandone l’aggressività reinvestendolo inconsapevolmente del ruolo di aggressore con vere e proprie offese all’intelligenza.
La confidenza relazionale è terreno fertile per esprimere la rabbia repressa, per cui il consolatore può non controllare la rabbia. Questo è proprio quello che vuole il vittimista infatti è stuzzicando ma arrivando anche a vera e propria violenza e cattiveria che riesce a trasformare la sua vittima (colui che lo consola) in Carnefice. In questi casi se il conflitto non viene riparato si può arrivare ad avere una relazione aggressiva caratterizzata da odio e vera e propria violenza.

LE POSSIBILI CAUSE DELLO SVILUPPO DI UNA POSIZIONE VITTIMISTICA

E’ chiaramente difficile riuscire ad indentificare delle cause precise che possano aver influito nello sviluppo di una posizione vittimistica, ad oggi è condiviso che fattori che predispongono possano essere:

  • Mancata elaborazione della relazione primaria con la madre nella prima infanzia. La relazione insicura di attaccamento originata nell’Infanzia seppur sia sembrata piuttosto regolare nel suo sviluppo, può essere comunque stata vissuta come frustrante da parte dell’individuo. Spesso la figura materna o comunque una figura di accudimento può essere stata percepita per fatti e comportamenti oggettivi e/o fantasmatici come inaffidabile, ambigua e instabile tanto da caratterizzare uno sviluppo del bambino insicuro-evitante. Il bambino cresce con la convinzione interna che nessuno voglia davvero aiutarlo e capirlo.
  • Inadeguatezza/insicurezza vissuta nell’infanzia, conseguente al continuo giudizio di uno dei genitori.
  • Difficoltà ad identificare ed esprimere in modo adeguato le proprie emozioni, ansie, paure, dolori, conflitti
  • Difesa, contro se stessi più che contro gli altri. Proiettano all’esterno le proprie ferite intrapsichiche cadendo sempre nello stesso copione (vittima-carnefice).
  • Mancanza di consapevolezza, non sempre il vittimista si rende conto di esprimere il proprio malessere in modo passivo-aggressivo.
  • Invidia nei confronti di chi riesce ad affrontare la vita e nei confronti di chi li aiuta, questi è visto come più forte ma ambiguo quindi qualcuno da cui difendersi e da aggredire. Chi aiuta viene continuamente sabotato, la vittima esaspera e spesso crea i suoi dolori rendendo vana qualsiasi forma di aiuto e quindi, “chiunque può essere colpevole di essere incapace di aiutare”.

CONSIGLI PER LA VERA VITTIMA, il consolatore, il finto carnefice, colui che vuole aiutare un vittimista…

Il mondo è pieno di persone belle persone che hanno già un certo equilibrio con cui stringere legami relazionali sani fatti di simmetrico rispetto, e non vi è alcuna valida motivazione per cadere nei ricatti emotivi e nelle ritorsioni meschine di chi si finge vittima, ma in realtà è un vero e proprio carnefice di se stesso e degli altri.  La cosa importante è che non bisogna farsi condizionare da persone negative che scaricano agli altri i loro problemi facendoci sentire in colpa. E’ in grado di farci del male solo colui a cui gli diamo questo potere.

Ci sono casi in cui non ci possiamo tirare fuori dall’avere relazioni con un vittimista in tal caso è utile avere diverse consapevolezze per potere al meglio gestire il rapporto con la falsa vittima.

Colui che viene invischiato nella dinamica del vittimista, con grande sforzo di sopportazione, può utilizzare la razionalità per affrontare le grosse offese subite.
Spesso sarebbe utile che il finto carnefice vera vittima possa ricorrere all’aiuto di un’altra persona per avere sostegno. Per riuscire a sopportare i soprusi del vittimista può essere utile concentrarsi su attività personali costruttive e creative al fine di costruire per se stessi nuovi impegni e mantenere relazioni più sane e nutrienti al fine di continuare a crescere e non farsi fermare dalla falsa vittima.

Per la vera vittima può essere utile riconoscere i suoi meccanismi interni di consolatore che influiscono a confermare il ruolo di vittima, questa consapevolezza è fondamentale per gestire al meglio la situazione.

Ricordare che la falsa vittima risolve le altrui difficoltà semplificandole e sminuendole definendole risolvibili grazie ad un’inspiegabile fato e ottimismo.

Spesso è inutile cercare di fare capire al vittimista le sue responsabilità, tanto egli si dimostrerebbe aggredito, ferito e maltrattato. 

Una soluzione per il vittimista: la PSICOTERAPIA.

La via regia per aiutare il vittimista a riadeguare alla realtà il suo modo di affrontare la vita è la psicoterapia.

Nel percorso psicoterapeutico il primo passo è quello di offrire al vittimista uno spazio relazionale caratterizzato da un sano attaccamento in cui il paziente possa sperimentare una relazione sicura caratterizzata da fiducia.

La fase di costruzione dell’alleanza è molto delicata in quanto il vittimista cercherà anche nel setting terapeutico di vanificare l’aiuto ricevuto, la più semplice osservazione offerta dal terapeuta che attribuisce un minimo di responsabilità al suo cliente può essere vissuto con forte rottura, allo stesso tempo il terapeuta deve essere attento a non lasciare il paziente nella situazione di stallo in cui si crogiola nei suoi problemi.

Grazie alla relazione terapeutica il vittimista deve riuscire ad accettare e sentire le sue emozioni individuando le sue rotture nella formazione di relazioni sane. Deve imparare cosa c’è di positivo nelle relazioni sane ed il giusto modo di rapportarsi alle persone riuscendo a distinguere i vari livelli di confidenza.

La finta vittima deve imparare che la vita va affrontata e siamo noi i timonieri della nave e siamo noi a scegliere che onde e mari da affrontare e gestire. Bisogna essere pronti e consapevoli di dover padroneggiare sia le esperienze negative che positive che nella vita inevitabilmente ci vengono incontro. Con la giusta dose di consapevolezza, valori ed auto critica è possibile smettere di farsi del male e riuscire a cogliere i lati positivi che la vita può offrirci, interrompendo il circolo vizioso della negatività che altrimenti si rigenera.

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Trance dissociativa da videoterminale

cyber-brain dr Ettore zinzi psicologo psicoterapeuta taranto palagiano PNGAttraverso l’interazione sociale virtuale, Internet e i suoi strumenti consentono la costruzione di nuovi sè (molto simili o molto lontani dal proprio sè reale). «Permettono, osserva Caretti (2000) la creazione di identità, talmente fluide e multiple, da trasformare i limiti del concetto stesso di identità». Nondimeno, obietta la Turkle (1997) “è possibile che la cultura del virtuale si riveli un fattore positivo: aiuta a realizzare un’identità multipla, integrata e consolidata, la cui condizione di benessere proviene dalla possibilità dell’lo degli utenti di accedere ed elaborare i propri molti sé».

A fronte di tali considerazioni, la novità e la complessità della Rete impongono che si analizzino a fondo i possibili rischi e conseguenze negative. E’ necessario anzitutto chiarire che cosa siano i disturbi da trance dissociativa.

Caratteristica fondamentale di questi disturbi è la sconnessione delle funzioni -di norma integrate- della coscienza, della memoria, dell’identità e della percezione dell’ambiente :

  • · Durante la trance si rileva un’ alterazione dello stato di coscienza simile al sonno, ma con caratteristiche elettroencefaliche non dissimili da quelle dello stato di veglia.
  • · L ‘individuo perde consapevolezza della realtà fino al ritorno alla condizione normale accompagnata da amnesia.

Lo stato di trance può riscontrarsi nella suggestione ipnotica, nella sintomatologia dell’isteria, in alcune forme di epilessia, o in stati di eccitazione che possono investire interi gruppi impegnati in rituali magico-religiosi. Per gli antropologi lo stato di trance è anche un’ esperienza di passaggio e di trasformazione -come indica l’ etimologia latina “transitus”-. E’ un’esperienza scandita da una fase di crisi, trascendimento e ripresa di sè, a cui corrispondono motivi e significati diversi, a seconda del contesto culturale, ma tutti volti a determinare il passaggio da uno stato di disordine individuale o collettivo a uno stato di ordine, dove nel disordine emergono la malattia fisica e lo stato di squilibrio psichico e nell’ordine la guarigione e la creazione di un nuovo equilibrio (dizionario Utet; 1992).

La nozione di possessione, che è intimamente legata alla fenomenologia di trance (in questo caso “trance di possessione”), assume significati diversi a seconda del contesto d’uso. Nelle società occidentali, di cultura giudaico-cristiana, quando si incontra questo termine si pensa immediatamente alla possessione demoniaca a cui si connette l’esorcismo. Al di fuori della tradizione giudaico-cristiana, al contrario, si intende per possessione una pratica rituale che trova suo compimento in cerimonie, nel corso delle quali gli adepti -in trance- incarnano volontariamente esseri sovrannaturali, invitati a manifestarsi (Levy; 1992).

La manifestazione essenziale del Disturbo da Trance Dissociativa ,così come viene proposto nel  DSM-IV (Appendice B “criteri ed assi di ulteriori studi”) è uno stato involontario di trance che non è previsto dalla cultura della persona come parte normale di una pratica culturale o religiosa, e causa disagio clinicamente significativo oppure menomazione funzionale. Attualmente non si correla il disturbo da trance dissociativa con la patologia conseguente alla dipendenza da Internet o dai videogame, tuttavia la sua configurazione induce a considerare nosologici i disturbi della coscienza indotti dalle nuove applicazioni della telematica. La trance dissociativa da videoterminale è infatti uno stato involontario di trance imputabile alla dipendenza patologica dal computer e dalle realtà virtuali. E’ caratterizzata da:

  1.  alterazione temporanea e marcata dello stato di coscienza;
  2.  depersonalizzazione;
  3.  perdita del senso abituale dell’identità personale, rimpiazzata o no da un’identità alternativa che influenza e dissolve quella abituale

Dal punto di vista psicodinamico devono essere considerati tre livelli evolutivi alla base della trance dissociativa da videoterminale: 1)la dipendenza, 2)la regressione, 3)la dissociazione (vedi schema l).

1)—Gli aspetti psicodinamici della dipendenza implicano:

  • un ipercoinvolgimento di tipo ritualistico con il computer e le sue applicazioni;
  • una relazione di tipo ossessivo-compulsivo[1] con le esperienze e le realtà virtuali;
  • una tendenza a” sognare a occhi aperti ” come modalità prevalente sull’azione nei rapporti reali;
  • una vergogna conscia o inconscia come tratto peculiare di debolezza dell’Io;
  • tendenze fobiche nei confronti della vita sociale.

2)—Gli aspetti psicodinamici della regressione implicano:

  • una tendenza a costruire relazioni immaginarie compensatorie dell’impoverimento delle relazioni oggettuali;
  • il ritiro autistico;
  • la fantasia autistica come modalità difensiva predominante dell’Io.

3)—Gli aspetti psicodinamici della dissociazione implicano:

  • la labilità dei confini dell’Io;
  • la dispersione del sè;
  • la diffusione dell’identità con la conseguenza della depersonalizzazione, cioè del distacco e dell’ estraniamento da se stessi fino alla perdita del contatto vitale con la realtà.

Schema 1.Tre livelli evolutivi della trance dissociativa da videoterminale

Dipendenza Regressione Dissociazione
Ipercoinvolgimento di tipo ritualistico con il computer e le sue applicazioni; Tendenza a costruire relazioni immaginarie compensatorie dell’impoverimento delle relazioni oggettuali; Labilità dei confini dell’Io;
Relazione di tipo ossessivo-compulsivo con le esperienze .e le realtà virtuali;[2] Ritiro autistico; Dispersione del se;
Tendenza a” sognare a occhi aperti ” come modalità prevalente sull’ azione nei rapporti reali; Fantasia autistica come modalità difensiva predominante dell’Io. Diffusione dell’identità con la conseguenza della depersonalizzazione, cioè del distacco e dell’estraniamento da se stessi fino alla perdita del contatto vitale con la realtà.
Vergogna conscia o inconscia come tratto peculiare di debolezza dell’Io;Tendenze fobiche nei confronti della vita sociale.

[1] compulsione o coazione (ingl. compulsion; ted. Zwang; fr.compulsion), la coazione indica una tendenza coercitiva e irrazionale che spinge l’individuo a mettere in atto determinati comportamenti di cui egli stesso riconosce l’inutilità e l’inadeguatezza, ma la cui mancata esecuzione provoca in lui una sensazione di angoscia. I sintomi compulsivi, o coatti, sebbene possano manifestarsi all’interno di varie patologie psichiche, sono caratteristici della nevrosi ossessiva, dove si distinguono le coazioni che si riferiscono a idee che il soggetto non può fare a meno di pensare, e le coazioni che riguardano atti, comportamenti, condotte che l’individuo si sente costretto a compiere.

[2] Rispetto a una diagnosi di tipo multiassiale sull ‘Asse I e l’Asse II del DSM-IV, la Trance Dissociativa da Videoterminale dovrebbe essere valutata in relazione alla presenza di un Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità (vedi nota 1).

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