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Workaholism, il lavoro come ossessione. La dipendenza dal lavoro.

work-addiction, sindrome maniacale da lavoro, ossesione da lavoro, workaholism….https://i0.wp.com/www.psicologo-taranto.com/wp-content/uploads/2014/11/workaholism-zinzi-ettore1.jpg?resize=421%2C112

Il termine workaholism fu coniato per la prima volta nel 1971 da un medico psicologo americano di nome Wayne Edward Oates (1917-1999). Egli stesso si accorse della sua dipendenza dal lavoro, proprio dopo aver spinto il figlio a prenotare un appuntamento nel suo studio per riuscire a trovare il tempo di parlargli.
Oates ha coniato il termine workaholism pensando proprio al termine Alcoholism (alcolismo), sostenendo che la dipendenza da lavoro ha diversi elementi comuni alla dipendenza dall’alcol. Gli iniziali studi di Oates pubblicati nel suo libro autobiografico del 1971 “Confessions of a Workaholic: The Facts about Work Addiction” si sono estesi in tutto il mondo, anche se in Italia la sindrome non è alla maggior parte della popolazione del tutto ancora nota.
Che si chiami work-addiction, sindrome maniacale da lavoro, ossesione da lavoro o workaholism, il disturbo è quindi definito come dipendenza dal lavoro. Quella continua e necessaria pulsione ad impegnare la maggior parte del proprio tempo lavorando, trascurando la vita intima e personale, quindi il proprio benessere psicofisico, la famiglia, gli amici, il sesso ecc.

La dipendenza da lavoro è costituita da due componenti principali: 

  1. Comportamentale. Quindi la compulsione a lavorare eccessivamente
  2. Psicologica. Essere ossessionati da pensieri che riguardano il lavoro non riuscendosene a distaccare, sentendosi appagati solo quando si lavora.

Dopo uno studio effettuato nel 2001 Bryan E. Robinson, Jane J. Carroll, Claudia Flowers (2001) hanno affermato che la compulsione al lavoro è un fenomeno progressivo, potenzialmente fatale, caratterizzato da esigenze autoimposte, superattività compulsiva, incapacità di regolare le proprie abitudini di lavoro, abuso del lavoro a danno delle relazioni intime e delle attività quotidiane più importanti.
Il profilo del “workaholist” sembra essere caratterizzato da difficoltà a rilassarsi durante il tempo libero che comunque è poco appetibile in quanto crea quasi un senso di colpa visto che lo allontana dal lavoro. Il dipendente si isola distaccandosi dalla famiglia, che suscita tensioni mentali, non coltiva la relazione con il partner e i figli portando il lavoro anche a casa. Non ha relazioni amicali significative fatta esclusione di quelle finalizzate alla produttività lavorativa. Spesso pensa di essere superiore agli altri in quanto lavora di più. Soffre spesso di ansia e cambiamenti di umore.

La cosa interessante di questo disturbo è il fatto che a differenza di quanto si possa pensare il dipendente dal lavoro non è un poi un buon lavoratore e non è poi cosi produttivo, in quanto il suo stato psichico non è al massimo delle sue potenzialità anzi a lungo andare rischia di esaurire le risorse sia fisiche che mentali e si stressa finendo in Burn-out. Inoltre il “workaholist” ha difficoltà a delegare il lavoro creando evidenti problemi tra i colleghi in ufficio e nei workgroup, diffondendo stress.

Così come accade in tutti i tipi di dipendenza ci sono principalmente tre stadi che portano alla dipendenza conclamata:

  1.  nascosta – vi è meno contatto sociale ed umore sempre più flesso in senso depressivo, più irritabilità e nervosismo, mal di testa e dolori allo stomaco;
  2. manifesta – si passa facilmente dal nervosismo all’ aggressività, pressione alta, disturbi cardiaci e ulcera;
  3. cronica – il lavoro satura la vita privata, con tutte le conseguenze del caso.

Secondo Arnold Bakker dell’università di Rotterdam i sintomi principali della dipendenza da lavoro sono:

  •  Dolore fisico
  • Difficoltà nella vita relazionale
  • Solitudine
  • Scarso rendimento professionale
  • Esaurimento
  • Disturbi del sonno

Come liberarsi dalla dipendenza da lavoro?

Il problema principale che ci ostacola dal riuscire ad accorgersi di essere ossessionati dal lavoro in maniera compulsiva è il fatto che nella società odierna essere produttivi è un obbligo sociale, pertanto spesso è facile non riuscire a comprendere subito quale è la linea di confine tra patologia e normalità. Nella maggior parte dei casi i primi ad accorgersi dell’esistenza di questo problema sono i famigliari, i quali si sentono sempre più esclusi, e vedono il proprio caro isolarsi. La maggior parte degli impegni vengono spesso disdetti a causa del lavoro quindi i famigliari iniziano a lamentarsi e magari sono proprio loro ad effettuare le prime richieste di aiuto.
Quando ci si accorge di essere dipendenti dal lavoro è utile cercare conferme autosomministrandosi un

test di valutazione dipendenza da lavoro:

  1. anteprima-test-KFG-petry-azzardo-dr-ZinziDa collaborazioni tra la facoltà di psicologia dell’università di Bergen (UiB), la Bergen Clinics Foundation e la Nottingham Trent University, un team di ricercatori coordinati dal dott. Cecilie Schou Andreassen ha sviluppato uno strumento per misurare la dipendenza dal lavoro, workaholism chiamato Bergen Work Addiction Scale (BWAS). Il test si basa su sette criteri diagnostici, che sono presenti anche in altri tipi di dipendenza, vedi alcolismo, dipendenza da gioco d’azzardo (GAP), net addictions, dipendenze da facebook ecc. Lo strumento è molto utile in quanto è autosomministrabile e discrimina bene la dipendenza da lavoro. La scala, che è stata costruita testando dipendenti norvegesi provenienti da 25 diversi settori, gli indici di consistenza interna del BWAS sono superiori a 0,80 quindi riesce a distinguere in modo affidabile tra maniaci del lavoro e non.
  2. anteprima-test-KFG-petry-azzardo-dr-ZinziWART – Work Addiction Risk Test. Traduzione e riadattamento di Zinzi Ettore da: Bryan E. Robinson “Work Addiction – Hidden Legacies of Adult Children”, Ph.D., Health Communications,Inc, Dearfield Beach, Florida,1989 è un utile strumento in grado di discliminare in tre range quali: assenza di dipendenza da lavoro; possibile rischio con tendenza alla dipendenza da lavoro (non allarmante) e dipendenza da lavoro.In questo stadio potrebbe essere utile chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta.
  3. Oppure prova la Scala di 20 item in lingua inglese dei workaholics anonymus

Una volta che anche i test ce lo confermano e siamo sicuri di avere questa difficoltà è molto consigliato distaccarsi dagli oggetti tecnologici multimediali come smartphone, tablet, pc ecc. visto che questi sono ormai efficaci strumenti di lavoro e data la loro essenza inducono l’utente “all’iper-utilizzo”. Monitorare la propria attività lavorativa controllandosi e imponendosi delle regole come ad esempio mai lavorare durante i pasti, le festività, i momenti di famiglia ecc. Purtroppo è ormai riscontrato che non sempre da soli si riesce a uscire da questa dipendenza, in questi casi la via regia per la guarigione da questo problema è la capacità di prendere consapevolezza del problema, rivolgendosi subito ad un professionista psicoterapeuta che attraverso un intervento di ricostruzione psicologica aiuti il cliente a riappropriarsi della propria vita, riuscendo a trovare attraverso l’analisi dei conflitti interiori più sane forme di gratificazione professionale invece che la semplice soddisfazione di una pulsione.

Film sul tema Workaholism, work-addiction, dipendenza da lavoro

Workaholic,
1996
,
regia di Sharon von Wietersheim.
È il workaholism di una coppia non sposata e senza figli, dove l’agiatezza economica di entrambi riesce in qualche modo a mascherare la distortura della loro relazione.
Tratta comunque un workaholism di bassa gravità.

No reservation (Sapori e dissapori),
2007
,
regia di Scott Hicks. Kate Armstrong interpretata da Catherine Zeta-Jones è una chef newyorkese apparentemente normale, conduce invece una vita da workaholic.

Bibliografia su Workaholism, work-addiction, dipendenza da lavoro

• Andreassen, C. S., Griffiths, M. D., Hetland, J. & Pallesen, S. (2012). Development of a work addiction scale. Scandinavian Journal of Psychology. DOI: 10.1111/j.1467-9450.2012.00947.x
• Astakhova, M. and Hogue, M. (2013). A Heavy Work Investment typology: A biopsychosocial framework. Journal of Managerial Psychology , 29(1). [Early cite article]
• Bakken, B. and Torp, S. (2012). Work engagement and health among industrial workers. Scandinavian Journal of Organizational Psychology, 4(1), 4–20.
• Baruch, Y. (2011). The positive wellbeing aspects of workaholism in cross cul- tural perspective: The chocoholism metaphor. Career Development Interna- tional, 16(6), 572–591.
• BRYAN E. ROBINSON, JANE J. CARROLL. (2011) ASSESSING THE OFFSPRING OF WORKAHOLIC PARENTS: THE CHILDREN OF WORKAHOLICS SCREENING TEST. Perceptual and Motor Skills 88:3c, 1127-1134. . Pubblicazione Online: 1-Jun-1999. Citation | PDF (334 KB) | PDF Plus (372 KB)
• Bryan E. Robinson, Lisa Kelley. (1999) School Age Workaholic Children: Type A Behaviors, Self-esteem, Anxiety and Locus of Control∗. Early Child Development and Care 158, 43-50. Pubblicazione Online: 1-Genn-1999.Cross Ref Read More: http://www.amsciepub.com/doi/abs/10.2466/pms.1999.88.1.199
• CLAUDIA FLOWERS, BRYAN E. ROBINSON, JANE J. CARROLL Marital Estrangement, Positive Affect, and Locus of Control Among Spouses of Workaholics and Spouses of Nonworkaholics: A National Study . The American Journal of Family Therapy Volume 29, Issue 5, 2001
• WAYNE E. OATES “Confessions of a Workaholic: The Facts about Work Addiction ” . Wolfe, New York, World Publishing 1972

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Trance dissociativa da videoterminale

cyber-brain dr Ettore zinzi psicologo psicoterapeuta taranto palagiano PNGAttraverso l’interazione sociale virtuale, Internet e i suoi strumenti consentono la costruzione di nuovi sè (molto simili o molto lontani dal proprio sè reale). «Permettono, osserva Caretti (2000) la creazione di identità, talmente fluide e multiple, da trasformare i limiti del concetto stesso di identità». Nondimeno, obietta la Turkle (1997) “è possibile che la cultura del virtuale si riveli un fattore positivo: aiuta a realizzare un’identità multipla, integrata e consolidata, la cui condizione di benessere proviene dalla possibilità dell’lo degli utenti di accedere ed elaborare i propri molti sé».

A fronte di tali considerazioni, la novità e la complessità della Rete impongono che si analizzino a fondo i possibili rischi e conseguenze negative. E’ necessario anzitutto chiarire che cosa siano i disturbi da trance dissociativa.

Caratteristica fondamentale di questi disturbi è la sconnessione delle funzioni -di norma integrate- della coscienza, della memoria, dell’identità e della percezione dell’ambiente :

  • · Durante la trance si rileva un’ alterazione dello stato di coscienza simile al sonno, ma con caratteristiche elettroencefaliche non dissimili da quelle dello stato di veglia.
  • · L ‘individuo perde consapevolezza della realtà fino al ritorno alla condizione normale accompagnata da amnesia.

Lo stato di trance può riscontrarsi nella suggestione ipnotica, nella sintomatologia dell’isteria, in alcune forme di epilessia, o in stati di eccitazione che possono investire interi gruppi impegnati in rituali magico-religiosi. Per gli antropologi lo stato di trance è anche un’ esperienza di passaggio e di trasformazione -come indica l’ etimologia latina “transitus”-. E’ un’esperienza scandita da una fase di crisi, trascendimento e ripresa di sè, a cui corrispondono motivi e significati diversi, a seconda del contesto culturale, ma tutti volti a determinare il passaggio da uno stato di disordine individuale o collettivo a uno stato di ordine, dove nel disordine emergono la malattia fisica e lo stato di squilibrio psichico e nell’ordine la guarigione e la creazione di un nuovo equilibrio (dizionario Utet; 1992).

La nozione di possessione, che è intimamente legata alla fenomenologia di trance (in questo caso “trance di possessione”), assume significati diversi a seconda del contesto d’uso. Nelle società occidentali, di cultura giudaico-cristiana, quando si incontra questo termine si pensa immediatamente alla possessione demoniaca a cui si connette l’esorcismo. Al di fuori della tradizione giudaico-cristiana, al contrario, si intende per possessione una pratica rituale che trova suo compimento in cerimonie, nel corso delle quali gli adepti -in trance- incarnano volontariamente esseri sovrannaturali, invitati a manifestarsi (Levy; 1992).

La manifestazione essenziale del Disturbo da Trance Dissociativa ,così come viene proposto nel  DSM-IV (Appendice B “criteri ed assi di ulteriori studi”) è uno stato involontario di trance che non è previsto dalla cultura della persona come parte normale di una pratica culturale o religiosa, e causa disagio clinicamente significativo oppure menomazione funzionale. Attualmente non si correla il disturbo da trance dissociativa con la patologia conseguente alla dipendenza da Internet o dai videogame, tuttavia la sua configurazione induce a considerare nosologici i disturbi della coscienza indotti dalle nuove applicazioni della telematica. La trance dissociativa da videoterminale è infatti uno stato involontario di trance imputabile alla dipendenza patologica dal computer e dalle realtà virtuali. E’ caratterizzata da:

  1.  alterazione temporanea e marcata dello stato di coscienza;
  2.  depersonalizzazione;
  3.  perdita del senso abituale dell’identità personale, rimpiazzata o no da un’identità alternativa che influenza e dissolve quella abituale

Dal punto di vista psicodinamico devono essere considerati tre livelli evolutivi alla base della trance dissociativa da videoterminale: 1)la dipendenza, 2)la regressione, 3)la dissociazione (vedi schema l).

1)—Gli aspetti psicodinamici della dipendenza implicano:

  • un ipercoinvolgimento di tipo ritualistico con il computer e le sue applicazioni;
  • una relazione di tipo ossessivo-compulsivo[1] con le esperienze e le realtà virtuali;
  • una tendenza a” sognare a occhi aperti ” come modalità prevalente sull’azione nei rapporti reali;
  • una vergogna conscia o inconscia come tratto peculiare di debolezza dell’Io;
  • tendenze fobiche nei confronti della vita sociale.

2)—Gli aspetti psicodinamici della regressione implicano:

  • una tendenza a costruire relazioni immaginarie compensatorie dell’impoverimento delle relazioni oggettuali;
  • il ritiro autistico;
  • la fantasia autistica come modalità difensiva predominante dell’Io.

3)—Gli aspetti psicodinamici della dissociazione implicano:

  • la labilità dei confini dell’Io;
  • la dispersione del sè;
  • la diffusione dell’identità con la conseguenza della depersonalizzazione, cioè del distacco e dell’ estraniamento da se stessi fino alla perdita del contatto vitale con la realtà.

Schema 1.Tre livelli evolutivi della trance dissociativa da videoterminale

Dipendenza Regressione Dissociazione
Ipercoinvolgimento di tipo ritualistico con il computer e le sue applicazioni; Tendenza a costruire relazioni immaginarie compensatorie dell’impoverimento delle relazioni oggettuali; Labilità dei confini dell’Io;
Relazione di tipo ossessivo-compulsivo con le esperienze .e le realtà virtuali;[2] Ritiro autistico; Dispersione del se;
Tendenza a” sognare a occhi aperti ” come modalità prevalente sull’ azione nei rapporti reali; Fantasia autistica come modalità difensiva predominante dell’Io. Diffusione dell’identità con la conseguenza della depersonalizzazione, cioè del distacco e dell’estraniamento da se stessi fino alla perdita del contatto vitale con la realtà.
Vergogna conscia o inconscia come tratto peculiare di debolezza dell’Io;Tendenze fobiche nei confronti della vita sociale.

[1] compulsione o coazione (ingl. compulsion; ted. Zwang; fr.compulsion), la coazione indica una tendenza coercitiva e irrazionale che spinge l’individuo a mettere in atto determinati comportamenti di cui egli stesso riconosce l’inutilità e l’inadeguatezza, ma la cui mancata esecuzione provoca in lui una sensazione di angoscia. I sintomi compulsivi, o coatti, sebbene possano manifestarsi all’interno di varie patologie psichiche, sono caratteristici della nevrosi ossessiva, dove si distinguono le coazioni che si riferiscono a idee che il soggetto non può fare a meno di pensare, e le coazioni che riguardano atti, comportamenti, condotte che l’individuo si sente costretto a compiere.

[2] Rispetto a una diagnosi di tipo multiassiale sull ‘Asse I e l’Asse II del DSM-IV, la Trance Dissociativa da Videoterminale dovrebbe essere valutata in relazione alla presenza di un Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità (vedi nota 1).

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