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I benefici della vela, “VELATERAPIA”

Neologismo presente nella Treccani (2008):Velaterapia s. f. Terapia che si propone di inserire il paziente in un piccolo gruppo di velisti, con un obiettivo operativo, per ricondurlo all’equilibrio psicofisico.Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è velaterapia-Zinzi-Ettore-psicologo-taranto.jpg

Prima di approfondire l’articolo è importante tenere in considerazione che la Velaterapia in barca a vela, come dal nome si potrebbe dedurre, non è una forma di “terapia vera è propria” quindi sostitutiva alla psicoterapia. La vela può essere utilizzata come complemento ad altre forme di terapia tradizionale.

La scienza spiega bene che andare in barca a vela e praticare qualsiasi altra attività in cui ci si immerge nella natura, ha un grosso potere riequilibrante sia sulla mente che sul corpo; ancora più intense sono le esperienze immersive in cui bisogna anche seguire ritmi e tempi della natura. La vela è un buon “setting” per un “lavoro interiore” che uno psicoterapeuta può rendere ancor più terapeutico (Velaterapia). I vari ed ufficiali programmi riabilitativi e terapeutici che si svolgono a bordo sulle barche di tutto il mondo dimostrano l’efficacia terapeutica di questa attività.

L’uomo ormai si trova costretto a vivere in un ambiente innaturale, artificiale e disturbato da rumori, luci, ritmi, comportamenti che poco hanno a che fare con l’ecosistema e il bioritmo naturale.

Ritornando a vivere in modo più naturale e organizzato seguendone i suoi tempi, ci sono tanti i benefici. 

I BENEFICI DELLA VELA, “VELATERAPIA”

  • Vivere nel “qui ed ora!”
  • Sviluppare le capacità di adattamento.
  • Attenzione selettiva focale e problem solving
  • Sviluppare la Conoscenza e Comprensione dell’ambiente
  • Identificazione del Se
  • Sviluppo del Se corporeo
  • Locus of control
  • Abitudini sane e cura del se
  • Autostima
  • Intelligenza emotiva
  • Relazioni interpersonali
  • Qualità del sonno ed equilibrio ormonale

 

Approfondendo nello specifico:

  • VIVERE NEL “QUI ED ORA!”

La navigazione a vela richiede concentrazione e attenzione, il che può aiutare a liberare la mente dalle preoccupazioni quotidiane e a concentrarsi sul presente (qui ed ora).

  • SVILUPPARE LE CAPACITA’ DI ADATTAMENTO.

Sia a livello corporeo che psichico si è più stimolati ed impegnati nell’affrontare velocemente nuove situazioni trovando il “nostro equilibrio”.  Una bella metafora circa l’adattamento del corpo la troviamo nel lavoro fatto dal nostro sistema vestibolare che ci aiuta a mantenere l’equilibrio e a non cadere; monitorando la posizione spaziale del corpo e i movimenti della barca, il sistema vestibolare si adatta immediatamente al dondolio delle onde facendoci stare in piedi. Stessa cosa accade a livello psichico bisogna riadattarsi alle situazioni, bisogna trovare un ruolo, un nostro spazio, anche il semplice non essere di intralcio ai marinai nelle varie manovre è un lavoro di “coping”. Anche a livello relazionale e intrapsichico bisogna adattarsi e integrarsi nell’equipaggio, e quindi bisogna imparare a seguire il leder quindi il capitano e ancor più in alto la natura. La gestione dei conflitti e la frustrazione del dover convivere in luoghi piccoli è un bel lavoro offerto alla nostra psiche.

  • ATTENZIONE SELETTIVA, FOCALE E PROBLEM SOLVING.

Tra i mille stimoli presenti su una barca bisogna selezionare quelli utili e quindi sviluppare le capacità di “attenzione selettiva”. E’ sempre il sistema vestibolare la nostra metafora, nella coclea i canali semicircolari devono adattarsi durante il dondolio del mare a selezionare l’informazione utile per il mantenimento dell’equilibrio. A bordo ci sono molti stimoli per la nostra attenzione, bisogna spiegare le vele, timonare, fare le manovre, gestire la cambusa, l’equipaggio e tanto altro… ogni singolo compito stimola l’uso “dell’attenzione focale” richiedendoci la concentrazione sul compito. Una buona attenzione focale e selettiva aumenta la nostra efficacia nel “problem solving”. A bordo ci possono essere tanti imprevisti e problemi da risolvere velocemente selezionando nel minor tempo possibile le migliori decisioni da prendere e quindi agire.

  • SVILUPPARE LA CONOSCENZA E COMPRENSIONE DELL’AMBIENTE

La navigazione a vela richiede una conoscenza approfondita dei venti, delle correnti e delle condizioni meteorologiche, il che può aiutare a sviluppare la conoscenza e la comprensione della natura e dell’ambiente circostante.

  • IDENTIFICAZIONE DEL SE

In barca bisogna darsi da fare e quindi esporsi, essendo in un gruppo e in uno spazio ristretto ogni nostra azione ha degli effetti sull’ “ambiente”. Si è stimolati e a volte costretti in modo diretto a considerare i nostri pregi e difetti, e dover riflettere su ciò che si è sbagliato e fatto bene. Bisogna identificarsi e scegliere e definire il nostro spazio e ruolo.    

  • SVILUPPO DEL SE CORPOREO

Nello spazio limitato bisogna meglio calibrare i nostri movimenti, bisogna usare la nostra corporeità senza potercene tirare indietro. Si pensi al semplice uso del winch, quindi l’uso della sua manovella che serve a tendere le cime moltiplicandone la forza, ci aiuta a padroneggiare nell’uso del nostro corpo, della nostra forza e prestazione.

  • LOCUS OF CONTROL

A bordo veleggiando ci si trova responsabili delle nostre azioni e ciò che esse comportano, bisogna comprendere quali sono le nostre e le altrui responsabilità e quindi ciò che è nel nostro controllo o meno, questa consapevolezza vale sia a livello psichico, che prettamente fisico…

  • ABITUDINI SANE E CURA DEL SE

La vita in barca impone ritmi e ruoli che si ripetono. La semplice cura della barca come le pulizie, il tenere in ordine le cime, la cambusa, le vele, il sottocoperta ecc. è routine: la costanza che certi lavori richiedono diviene una abitudine, e sono proprio le abitudini a dare un senso di sicurezza e stabilità contrapponendosi alle incertezze e difficoltà di tutti i giorni. Per l’armatore la barca diviene una estensione del proprio se, qualcosa di intimo che lo definisce, pertanto il prendersi cura della barca diviene un modo per prendersi cura di se.

  • AUTOSTIMA

Riuscire nelle manovre come nel tendere una vela, come anche il gestire le relazioni, le frustrazioni o il padroneggiare situazioni di pericolo ci aiuta nello sviluppo della consapevolezza della nostra efficacia ed efficienza e quindi ci favorisce a meglio sviluppare e padroneggiare la nostra auto stima.

  • INTELLIGENZA EMOTIVA

  In barca bisogna capire, saper controllare e gestire le proprie ed altrui emozioni. Anche il semplice infinito dell’orizzonte può fare un certo effetto emotivo. Durante la navigazione entrano in gioco molte emozioni si spazia da quelle intime e personali a quelle interpersonali. Bisogna capirsi e capire gli altri, fare squadra e raggiungere gli obiettivi. La corretta gestione delle emozioni è fondamentale, la si utilizza per riuscire a orientare il proprio comportamento, la paura ad esempio, se ben gestita è molto utile per tenerci in allerta e non permetterci di compiere errori.         

  • RELAZIONI INTERPERSONALI

Come già evidenziato la convivenza in barca richiede competenze relazionali, per funzionare è obbligatorio che l’equipaggio comprenda e rispetti ruoli, regole, diritti e doveri. Le inclinazioni e attitudini relazionali individuali a bordo emergono velocemente visto che non ci si può sottrarre dall’essere partecipi e pronti all’azione per fronteggiare le incombenze della navigazione.

  • RITMO CIRCADIANO E OROLOGIO BIOLOGICO

Una delle più utili conseguenze della navigazione in barca riguarda la necessità di regolare i nostri ritmi e quindi l’orologio biologico interno con quello della natura. Seguire l’alternanza del giorno con la notte è fondamentale per la nostra salute, ed in barca la natura ci impone questi ritmi, a differenza di quanto ormai accade nella vita quotidiana moderna.

  • QUALITA’ DEL SONNO E RIEQUILIBRIO DELLE FUNZIONI ORMONALI

 Il nostro corpo dovendo sottostare alle leggi della natura ed ascoltandone i suoi cicli regola automaticamente il ciclo del sonno e anche le funzioni ormonali.

Concludo ribadendo che, qualunque sia la ragione per la quale ci si trova su una barca a veleggiare, i benefici sono innumerevoli; ancor più se ne avranno facendolo con consapevolezza e sotto la guida di uno psicoterapeuta che dia un a spinta maggiore alla crescita personale. Una guida che aiuti a trasformare i vissuti che se ne ricavano in nuovi e importanti apprendimenti sia emotivi che cognitivi, utili strumenti per il benessere psicofisico.

 

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Una “nota” dal Servizio di Psicologia Clinica ASL TA D.S.M.: “CUORI D’ACCIAIO”

Interessante “nota” della A.S.L .- TA D.S.M. – SERVIZIO DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOTERAPIA DELL’ETA’ ADULTA E DELL’ETA’ EVOLUTIVA: “Cuori d’acciaio”;
Dall’osservatorio clinico viene scattata una utile fotografia di quello che accade ormai da troppo tempo alla “resiliente” Taranto.
….per quanto tempo ancora i nostri cittadini potranno continuare ad essere resilienti, proprio come l’acciaio?…. 

Ecco di seguito il comunicato integrale:

A.S.L.  TA   D.S.M. 
SERVIZIO DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOTERAPIA
DELL’ETA’ ADULTA E DELL’ETA’ EVOLUTIVA
Sede Centrale  Ospedale “SS. Crocifisso” (già Ospedale Vecchio)
Via Acclavio – Via SS. Annunziata  Taranto – Tel 099 4585095
Ambulatorio P.O. San GIUSEPPE MOSCATI
Via Per Martina Franca – Taranto
Tel 099 4585711 – Fax 099 4585769
dsm.psicologiaclinica@asl.taranto.it

CUORI D’ACCIAIO

Il Servizio di Psicologia Clinica di Taranto, da oltre vent’anni, è impegnato nella titanica e delicatissima funzione dell’accogliere e del farsi carico di una domanda di cura particolare e complessa, la cura della sofferenza psichica, che può esprimersi nelle più svariate ed irripetibili modalità soggettive che la caratterizzano e che contraddistinguono la “cifra” singolare ed unica dell’essere umano.

Ed è proprio la profonda responsabilità di questo ascolto, che da sempre ha accompagnato il nostro mandato etico e professionale  all’interno di una istituzione pubblica quale il Dipartimento di Salute Mentale, che ha richiamato ed interpellato profondamente il nostro essere Operatori con determinate ed ineludibili responsabilità ed, al contempo, essere cittadini di Taranto: quello della cura dell’altro d’un canto, ma anche quello di interrogarsi costantemente e di raccogliere i segnali più critici e significativi di quanto succede all’esterno, nel vivere sociale, nell’appartenere ad una comunità e che, oggi, prepotentemente rimbalzano nel privato di una condizione umana soggettiva o familiare.

La nostra bellissima città, culla di cultura e di bellezza, dove il mare da sempre ha rappresentato l’anima ed il soffio della vita che avanza, si sviluppa ed incanta, questa nostra città così strana nelle sue acute contraddizioni, nelle sue mollezze e disillusioni, è stata nuovamente attraversata da un terremoto, una tragedia per la nostra comunità, ancora una volta misconosciuta e calpestata dalle ragioni disumanizzate dell’economia e della politica.

Il mostro in frantumi dell’ex ILVA, oggi ARCELOR-MITTAL colosso mondiale dell’acciaio, continua, purtroppo, ad offrire a questa città l’immagine più crudele e lacerata, nella quale vanno moltiplicandosi paurosamente gli effetti devastanti di questa frammentazione, di questa gravissima e responsabile mancanza di una visione politica realmente etica, più onesta e lungimirante, più rispettosa delle singole persone e dell’ambiente.

Il nostro osservatorio clinico ci mostra, di fatto, come la perdita del lavoro, evento che riguarda un numero sempre crescente di persone, rappresenti davvero per il soggetto che ne è protagonista e per le persone che vi sono vicine una condizione psicologica paragonabile all’esperienza del lutto, una catastrofe emotiva, relazionale e sociale che coinvolge l’intera famiglia e che paralizza i processi evoluti interni, emotivi, affettivi e cognitivi, con gravi ripercussioni sulla salute psichica e fisica dell’individuo e della stessa famiglia.

Le sempre più numerose domande di intervento che accedono al nostro Servizio ci parlano, spesso, di gravi destabilizzazioni familiari nelle quali la precarietà, la fragilità della capacità produttiva ed economica, determinata dalla perdita del lavoro, incidono profondamente nell’economia psichica delle relazioni affettive familiari e della coppia, spostando talvolta il segnale del disagio psichico sull’elemento più debole di una costellazione familiare, fino al rendere meno operativa e rassicurante la funzione adulta genitoriale, quella che più di tutte dovrebbe garantire questa sicurezza e stabilità.

La storia è costellata di esempi di persone che, nonostante abbiano vissuto esperienze difficili, condizioni di vita estremamente sfavorevoli, sono riuscite a resistere, a trasformare le avversità in opportunità di crescita e cambiamento. Esiste anche un’ampia letteratura psicologica sull’argomento. Tuttavia, ci chiediamo per quanto tempo ancora i nostri cittadini potranno continuare ad essere resilienti, proprio come l’acciaio?

C’è, infatti, una “strana” coincidenza. La psicologia ha mutuato proprio dal mondo dell’ingegneria e della metallurgia il termine “resilienza” che indica la capacità di un materiale di resistenza a un urto improvviso senza spezzarsi (DE Filippo, 2007).

In psicologia, la resilienza, secondo la definizione dell’American Psychological Association 2014) è il processo di adattamento positivo a seguito di circostanze avverse, traumi, tragedie, malattie o eventi estremamente stressanti.

Ma la malattia della nostra città sembra cronicizzarsi sempre più e le nostre capacità di resilienza fortemente indebolite. La resilienza, infatti, ci permette di superare le difficoltà, ma non rende invincibili, e non è neppure presente sempre e comunque: possono infatti verificarsi momenti in cui le situazioni sono troppo pesanti da sopportare, generando un’instabilità più o meno duratura e pervasiva (Ganci, 2015).

Per l’acciaio, esistono delle formule matematiche che ci consentono di calcolare con esattezza fino a che punto il materiale potrà resistere. Per la mente no, e non possiamo procedere per tentativi ed errori perché la posta in gioco è troppo alta: il Benessere della nostra Comunità.

Queste considerazioni ci sembrano di estrema rilevanza, anche in termini di impegno di spesa sanitaria, e ci sostengono nel mantenere alto il livello del nostro agire psicologico, intanto perché questa condizione di malessere non si cronicizzi ulteriormente, ma soprattutto nel ritenere nostra prioritaria responsabilità quella di segnalare questo fenomeno sociale e collettivo di particolare gravità, richiamando l’attenzione di tutti, ma soprattutto quelle della nostra politica interpellata, in questo momento delicatissimo a fare delle scelte oculate, che puntino al benessere economico-sociale, relazionale e psichico delle singole persone.

Servizio di Psicologia Clinica e di Psicoterapia dell’età Adulta e dell’età Evolutiva – Dipartimento Salute Mentale ASL TA

Visualizza il pdf originale del comunicato “CUORI D’acciaio ASL TA Serv. Psicologia Clinica pdf
A.S.L.  TA   D.S.M. 
SERVIZIO DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOTERAPIA
DELL’ETA’ ADULTA E DELL’ETA’ EVOLUTIVA
Sede Centrale  Ospedale “SS. Crocifisso” (già Ospedale Vecchio)
Via Acclavio – Via SS. Annunziata  Taranto – Tel 099 4585095
Ambulatorio P.O. San GIUSEPPE MOSCATI
Via Per Martina Franca – Taranto
Tel 099 4585711 – Fax 099 4585769
dsm.psicologiaclinica@asl.taranto.it

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Viaggio nel surrealismo di Salvador Dalì, nello psichismo tra sogno, inconscio e sessualità.

Matera, palcoscenico ideale per questo viaggio tra le opere di Dalí i suoi simboli e dualismi della vita. 

Salvador Dalí era molto attratto dalle teorie di Freud e della sua Psicoanalisi. D’altronde con il suo surrealismo amava sognare rappresentando il suo mondo onirico colmo di paure, ansie e pulsioni contrastanti. Il surrealismo era per Dalí, il modo per fare emergere il proprio inconscio. Il fondatore del movimento surrealista Andrè Breton, teorizzò il “principio dell’automatismo psichico” e fu Dalí a parlare di “METODO PARANOICO CRITICO”, l’artista si lascia agitare dal viaggio onirico dell’inconscio dalla sua “paranoia” per poi rappresentarla e riorganizzarla dopo la sua analisi “critica” razionalizzata.

L’opera artistica di Dalí è pregna di rimandi alla psiche, nelle sue opere è facile individuare uno dei temi principali della vita e rappresentato dal dualismo, Il dualismo degli opposti, “la persistenza degli opposti” (tema del percorso espositivo nella città di Matera per tutto il 2019) il bene e il male, la vita e la morte, la forza la fragilità … Dalí nelle sue opere rappresenta i capisaldi della teoria freudiana: l’inconscio, il sogno e la sessualità.
In linea con la teoria psicoanalitica i simboli assumono un importante valore. Essi sono colmi di significati, espressione e frutto delle esperienze ed emozioni che Salvador Dalí viveva.

La Lumaca, Chiocciola

Anche l’incontro di Dalí con Freud ha un suo simbolo rappresentato appunto da una lumaca. Avvenne che Dalí vide una lumaca su una bicicletta proprio davanti alla casa di Freud.
Il dualismo degli opposti emerge tra il guscio duro esterno e forte ed il suo interno fragile e sinuoso. La chiocciola è forte, dura e racchiude al suo interno un corpo molle e delicato, questa contrapposizione per l’artista simbolizzava la testa, la mente, la psiche dello stesso Freud.

I Cassetti

Altro simbolismo derivante dalla teoria psicoanalitica di Sigmund Freud è quello dei cassetti, essi rappresentano i ricordi, i segreti e ciò che è intimo, subconscio, i desideri nascosti. Spesso l’autore li rappresenta semi aperti a significare il fatto che i nostri segreti non sono sempre nascosti ma a volte sono stati già svelati.

Gli Orologi molli

Nel mondo psichico dell’arista, un grosso valore simbolico è attribuito ai suoi orologi “molli”.
Furono per la prima volta rappresentati in “La persistenza della memoria” nel 1931 esprimendo la plasticità del tempo e quindi quanto esso sia condizionato dalle emozioni e dagli stati d’animo, in linea a quella che è la teoria di Einstein in cui il “il tempo relativo”. Il dualismo degli opposti è presente nella contrapposizione tra la rigidità e precisione del tempo e la sua deformabilità che può subire in base alle situazioni.
Fu proprio osservando in una sera calda estiva un formaggio sciogliersi prendendo la forma del suo appoggio che Dalí trovò l’ispirazione per rappresentare i suoi orologi.

Gli Elefanti

Rappresentati per la prima volta nel 1944 nel suo quadro “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio”.

I suoi elefanti (e successivamente anche altri animali dalla stessa forma) sono ispirati ad una scultura di Gian Lorenzo Bernini che si trova a Roma nei pressi del Panteon, essa rappresenta un elefante che porta un obelisco sulla schiena. Letteralmente la scultura viene ripresa e riletta da Dalí in chiave surrealista. Per Dalí l’elefante ha “lunghe gambe” simbolo fallico del desiderio nella sua distorsione spaziale. Ma anche in questo caso come nella lumaca o nell’uovo viene espresso il dualismo degli opposti: la forza e imponenza del corpo dell’elefante contrapposte alla fragilità delle sue gambe lunghe ed esili.

Diversi altri simboli provengono dal mondo dell’intrapsichico di Dalì:
Le Uova rappresentano il ventre materno, l’intrauterino fonte di speranza e amore. Il dualismo degli opposti in questo caso viene offerto dalla contrapposizione tra il guscio duro e protettivo dell’uovo e il molle presente al suo interno.

Gli Insetti
Le Formiche
simboleggiano la decadenza, la bramosia sessuale e la morte. Le Locuste sono simbolo di invasione, distruzione e paura.

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La dipendenza da GAP (gioco d’azzardo patologico) è correlata a delle alterazioni cerebrali

La dipendenza da gioco d’azzardo patologico (GAP) sembra essere correlata a delle alterazioni cerebrali in aree che gestiscono l’elasticità cognitiva.

E’ questo quanto si afferma un nuovo studio pubblicato il 4 Aprile 2017 sulla rivista Translation Psychiatry, condotto presso l’Università di Kyoto dal team del Dottor Hidehiko Takahashi, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Scienze Radiologiche di Inage-Ku (Giappone).

A Fujimoto1,2, K Tsurumi1, R Kawada1, T Murao1, H Takeuchi1, T Murai1 and H Takahashi1,2

  1. Department of Psychiatry, Kyoto University Graduate School of Medicine, Kyoto, Japan
  2. Department of Functional Brain Imaging, National Institute of Radiological Sciences, National Institutes for Quantum and Radiological Science and Technology, Chiba, Japan

Correspondente: Professor H Takahashi, Department of Psychiatry, Kyoto University Graduate School of Medicine, 54 Shogoin-Kawara-cho, Sakyo-ku, Kyoto 606-8507, Japan. E-mail: hidehiko@kuhp.kyoto-u.ac.jp
Received 27 November 2016; Revised 19 January 2017; Accepted 10 February 2017
http://www.nature.com/tp/journal/v7/n4/full/tp201755a.html

I vari giochi in denaro attirano ormai nella loro dannosa rete migliaia di persone. E’ risaputo ormai che questi giochi sono creati proprio per creare dipendenza. Chiunque può rischiare di diventare dipendente ma soprattutto i soggetti tendenti alla compulsione i quali anche quando stanno palesemente compromettendo la loro vita con le perdite continuano a giocare.

Il disturbo d’azzardo (GAP) è spesso considerato come un problema di tipo prettamente psicologico. Tuttavia, i sintomi di GAP non possono essere completamente compresi in questa visione.

Nello studio è stato ipotizzato che i pazienti affetti da GAP abbiano anche avuto problemi di discontrollo degli impulsi con una non adeguata valutazione del rischio causata da un diverso funzionamento della corteccia cerebrale.

I ricercatori hanno studiato 50 soggetti di cui 29 erano il gruppo di controllo (HC) quindi persone con alcun disturbo di dipendenza da gioco e 21 erano il gruppo (GD) ossia soggetti che in base al DSM-IV-TR sono classificati come dipendenti da gioco d’azzardo (addicted).

Tutti i coinvolti nello studio hanno partecipato ad un gioco multistep, quindi a più livelli, nel quale lo scopo era di guadagnare punti facendo scelte di gioco graduali.

Per la valutazione del desiderio compulsivo di gioco ai giocatori sono stati somministrati due questionari di autovalutazione GACS (Gambling Craving Scale) e il BIS/BAS (Behavioral Inhibition/Avoidance Scales) e contemporaneamente è stato condotto un esperimento di imaging a risonanza magnetica funzionale (fMRI).

Dall’analisi comportamentale dei giocatori è emerso che il gruppo di “gambling addicted” ha la tendenza rigida al rischio infatti tutti i giocatori d’azzardo hanno preferito scelte rischiose anche quando queste erano scelte non ottimali nella riuscita del gioco.

Dall’analisi fMRI  è  emerso un diminuito funzionamento della corteccia prefrontale dorsolaterale (dlPFC), che è fortemente implicata nell’adattamento cognitivo.

 Questo studio quindi lascia dedurre che i comportamenti di tipo compulsivo dei giocatori d’azzardo sono correlati anche a una scarsa valutazione del rischio non riuscendo quindi ad adattarsi in modo ottimale alla realtà, e questa alterazione appare evidente dalle indagini di neuroimaginging; infatti esse evidenziano alterazioni in quelle aree implicate nella gestione della elasticità cognitiva.

 

Fonte:

  1. Takahashi et al., “Deficit of state-dependent risk attitude modulation in gambling disorder”, articolo pubblicato su Translational Psychiatry, 04 Aprile 2017

www.nature.com/tp/journal/v7/n4/full/tp201755a.html

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PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO

PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO, teorie di: Jean Piaget, Sigmund Freud, Erik Erikson

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L’esposizione agli inquinanti causa l’abbassamento del rendimento scolastico.

L’esposizione alle sostanze tossiche presenti nell’aria causa l’abbassamento del rendimento scolastico.

Questo è quanto emerge da una ricerca svolta studiando dei bambini delle scuole di El Paso in Texas, negli Stati Uniti d’America, spesso troppo esposti a inquinanti provenienti dal traffico veicolare:

Residential exposure to air toxics is linked to lower grade point averages among school children in El Paso, Texas, USA. Clark-Reyna SE1, Grineski SE2, Collins TW3.

ricerca-texas-inquinamento psiche zinzi-rendimento-scolastico-zinzi1Department of Sociology and Anthropology, University of Texas at El Paso, 500 W University Ave, El Paso, TX 79902, USA; seclarkreyna@miners.utep.edu.
2Department of Sociology and Anthropology, University of Texas at El Paso, 500 W University Ave, El Paso TX 79902, USA.
3Department of Sociology and Anthropology, University of Texas at El Paso, 500 W University Ave, El Paso TX 79902, USA; twcollins@utep.edu.

Lo studio frutto di una ricerca partita nel 2012 sulla salute respiratoria del bambini   “Residential exposure to air toxics is linked to lower grade point averages among school children in El Paso, Texas, USA” pubblicato su Population and Environment da un team di ricercatori dell’università del Texas – El Paso (Utep) evidenzia che i bambini che sono residenti e frequentano scuole in quartieri a basso reddito tendono ad essere sproporzionatamente esposti alle sostanze tossiche presenti nell’aria. Questo è motivo di preoccupazione, perché l’esposizione a inquinanti tossici ambientali incide negativamente sulla salute, lo studio svolto in Texas ha rilevato infatti un abbassamento del rendimento accademico. Fino ad oggi, non si conosceva la correlazione tra sostanze tossiche presenti nell’aria e rendimento scolastico. Gli studiosi dell’Utep hanno analizzato il rendimento scolastico e i dati socio-economici di 1.895  scolari dell’ El Paso Independent School District (EPISD) e hanno utilizzato il National Air Toxics Assessment (NATA) dell’ Environmental Protection Agency (Epa), per studiare l’esposizione dei bambini ai contaminanti tossici nell’aria, quali le emissioni di  diesel nei dintorni delle loro abitazioni. Il gruppo utilizzando il National Air Toxics Assessment ha effettuato un stima del rischio dell’esposizione al particolato presente nel diesel a carico dell’apparato respiratorio.
I dati individuali, raccolti attraverso un sondaggio fatto per posta elettronica, hanno per la prima volta evidenziato che i bambini esposti a sostanze tossiche presenti nell’aria, in particolare quelli provenienti da fonti mobili quindi veicolari, sono in associazione statisticamente significativa con l’abbassamento delle medie dei voti degli studenti che frequentano il quarto e quinto anno di 58 scuole elementari di El Paso (Texas, USA, distretto EPISD). Questa ulteriore ricerca lascia diversi spunti di riflessione.

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LA FOTOTERAPIA

LA FOTOTERAPIA.
L’utilizzo delle foto in psicoterapia, utile strumento per rileggere la propria storia
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LA FOTOTERAPIA. L’utilizzo delle foto in psicoterapia, utile strumento per rileggere la propria storia. Avete notato quante emozioni vi suscita riguardare delle vostre vecchie foto? Quanti ricordi che pensavate di aver dimenticato affiorano? Talvolta riemergono gli odori, i suoni, i colori e tutto quello che esse rappresentano per noi!!

Abbiamo foto appese in camera, nei cassetti, abbiamo foto di famiglia incorniciate in salotto, smartphone pieni di attimi belli e brutti, momenti di vita ormai trascorsi e che comunque rimangono parte di noi. Sono tanti i significati che le fotografie hanno nella nostra vita così come sono tante le mutazioni che esse hanno nella società: Sembra buffo al giorno d’oggi pensare che un tempo, per avere un proprio ritratto bisognava ricorrere ad un ritrattista pittore, invece oggi grazie all’avvento delle macchine fotografiche digitali, ed ancor più dei telefonini il concetto di fotografia è radicalmente cambiato. Da quando la fotografia nacque nel XIX secolo, quando era chiamata “dagherrotipia” dal nome del suo inventore Louise Jacque Mondè Daguerre ad oggi, l’avvento e diffusione del digitale ha allontanato la fotografia del suo originario significato. Lo scopo iniziale delle fotografie era quello di essere il mezzo con il quale congelare degli attimi, delle emozioni, degli eventi importanti, dei ricordi, sono stata utilizzate anche in ambito clinico per vari scopi; oggi invece l’attuale significato della fotografia sembra essere più vicino al mondo dell’artefatto che a quello della realtà. E’ ovvio infatti dedurre e notare che le foto odierne dovendo essere utilizzate nella realtà virtuale e spesso nei social network vengono realizzate al fine di mostrarsi e quindi attirare “like”, “retweett”, “pin” ecc.[1], sembrando quindi appartenere ad un mondo illusorio. Data la diffusione degli smartphone ormai ovunque è possibile avere una macchina fotografica a portata di mano, infatti, se non si ha una corretta educazione nell’uso del telefonino in molti casi si può cadere in un atteggiamento compulsivo nell’utilizzo degli scatti fotografici.

In molte circostanze di vita quotidiana, assistiamo a scene in cui le persone utilizzano i loro obiettivi, spinti da personali bisogni, si sorride osservando le varie reazioni delle persone di fronte ad uno scatto: c’è chi insicuro scatta selfie in continuazione controllandone compulsivamente la riuscita; c’è chi più narcisista riguardando la foto con amici ripete più volte di essere venuto male attendendosi di essere contraddetto e gratificato; c’è chi di indole più evitante è convinto di essere venuto male in foto, pertanto non la guarda nemmeno; c’è chi più introverso e con più bassa autostima riguardando la fotografia in modo furtivo e imbarazzato chiede di cancellarla; c’è chi essendo ancora un bambino quindi con un sé ancora in evoluzione, ama rivedersi mostrandosi soddisfatto e divertito.

Ognuno di noi riguardando una foto ha una sua differente reazione e vissuto; per ognuno di noi la fotografia con il suo realismo e catarsi assume un senso simbolico unico e soggettivo e che spesso è dipendente al periodo di vita in cui la si guarda, dagli odori memorizzati, colori, ricordi… che ne riaffiorano.

[1] Aprendo una parentesi “leggera” per comprendere meglio l’uso e significato attuale delle foto ed in particolare dei selfie nei social network, è utile citare una comica e abbastanza satirica (anche se forse troppo scurrile nel linguaggio) serie amatoriale chiamata “Behind A Selfie”.e realizzata da uno “youtuber” di nome Federico Clapis

Spesso in un percorso di psicoterapia chiedo ai miei clienti di raccontarmi la loro storia. Oltre alla narrazione personale fatta di parole utilizzo anche quella per immagini. Chiedo di frugare negli album di famiglia, nei cassetti, nei telefonini, nei pc…  e di cercare foto che possano aiutarci a raccontare e ricostruire la loro storia  di vita. Chiedo di ordinare le foto partendo da quelle dei primi anni di vita sino al presente, in un racconto fatto di foto e ricordi che possano mettere ordine alla loro storia. Si possono scegliere le foto più significative, e se il cliente ne porta tante, verranno scelte alcune foto da conservare ed alcune da mettere in sfondo non utilizzandole e dando un senso al materiale scelto.

Il lavoro sugli album fotografici offre tanti spunti per lavorare. Nel raccontarsi emergono nuove consapevolezze su se stessi, sulla propria famiglia, sul proprio ruolo e modo di “essere” nei vari momenti di vita e durante la costruzione della propria identità personale.

Personalmente, ritengo che in Psicoterapia, l’utilizzo di questa tecnica è molto utile in tuttle le sue fasi:

  • Fase autonoma di scelta delle foto. Quando ci si troverà a casa soli, o nella casa dei propri genitori a frugare nei cassetti, album ecc. cercando foto, si potrà avere la possibilità di iniziare in modo intimo e personale a raccogliere le varie tracce di sè notandone nuove chiavi di lettura.
  • Fase di lavoro psicoterapeutico vero e proprio. Quando le foto verranno mostrate in seduta esse potranno offrire vari spunti di riflessione, potranno essere utilizzate come via per l’accesso a ricordi ed emozioni da esplorare e rielaborare assumendo un grande valore psicoterapeutico. L’atto del narrarsi offre la possibilità di rispecchiarsi nel terapeuta che a sua volta ne restituisce la sua “unicità”. Il compito principale del terapeuta è quello di facilitare e guidare il paziente nel percorso di scoperta e crescita personale attraverso l’esplorazione e interazione con le sue foto, cartoline, immagini di riviste, biglietti d’auguri, amuleti ecc. Le fotografie in terapia possono facilitare il cliente nel divenire più consapevole della propria identità fisica e psichica quindi rafforzare la propria autostima. A volte una foto viene considerata un’immagine definita e limitata con un suo significato preciso, altre volte banale o addirittura piena di significati nuovi e diversi.

BREVI CENNI DI STORIA dell’utilizzo DELLE FOTO in TERAPIA

Uno dei pionieri nell’utilizzo della fotografia in ambito psichiatrico fu Hugh Diamond, fotografo e psichiatra del “manicomio” del Surrey County Lunatic Asylum dal 1848 al 1858. Diammond fotografò tutti i suoi pazienti. Inizialmente provò ad utilizzare le foto a scopo diagnostico, egli cercava di catturare con l’obbiettivo tratti caratteristici delle varie psicopatologie quasi come fece Lombroso nei suoi studi di fisiognomica criminale. Successivamente si rese conto che i suoi pazienti quando si riguardavano in foto acquisivano maggiore consapevolezza di se stessi, presentando diversi progressi psico-fisici.

Negli stessi anni circa, Jacob Levi Moreno, ideatore dello Psicodramma, usava spesso le fotografie per iniziare delle sedute di gruppo. Lo Psicodramma di Moreno sembra essere stato un utile spunto per i successivi progetti di Fototerapia avviati negli anni 80’ da Jo Spence. Egli, altro pioniere della fototerapia consiglia di: “utilizzare la fotografia per curare noi stessi, prendendo sempre in considerazione la possibilità della trasformazione attiva”, in pratica suggerisce l’esplorazione delle proprie fotografie di vita come strumento per acquisire maggiore consapevolezza e quindi utilizzarle per modificare delle parti di sé, al fine di migliorarsi.

Carl Ramson Rogers, padre della psicoterapia ad approccio umanista, non-direttivo e centrato sul cliente, sempre intorno alla metà degli anni 40’, durante le sue terapie si serviva delle fotografie utilizzandole come stimoli introspettivo-esplorativi.

Già negli anni 60’, l’ideatrice della tecnica proiettiva dello “scenotest” Gerhild Von Staabs, nelle sue terapie utilizzava vari “oggetti simbolici” come bambole, corde, ecc., ma anche le fotografie al fine di far costruire ai suoi clienti delle scene che poi venivano analizzate.

Nel 1967 Marshall McLuhan, lamentava il fatto che nel 900 nonostante la fotografia avesse ormai preso piede “raccontando” l’esistenza di diverse persone e famiglie, essa era ancora poco utilizzata in psicologia e nel percorso di conoscenza del sé, ma non per questo era un mezzo meno potente di esplorazione interiore.

Negli anni 70’, lo psicoanalista Heinz Kohut, specialista in disturbi narcisistici di personalità, approfondiva grazie all’ausilio di fotografie portate dal paziente, lo studio anamnestico, di valutazione e di diagnosi del paziente potendone cogliere anche gli aspetti salienti della sua infanzia.

Era il 1975 quando la psicologa e arte-terapista, Judy Weiser, scrisse il primo articolo J. Weiser, Photography as a verb in “The BC photographer”, 1975, (disponibile al link: www.phototherapy-centre.com) nel quale utilizzando la parola  “Fototerapia”, spiegava come appunto l’impiego della foto in psicoterapia potesse essere un utile strumento di comunicazione intima e interpersonale per comprendere meglio la propria storia personale attraverso  la narrazione di sé . Dopo che nel 1979, negli Stati Uniti si svolse il primo convegno internazionale di Fototerapia la J. Weiser e nel 1982 aprì un “Photo Teraphy Centre” a Vancouver in Canada, archivio e sede dei corsi in cui venivano insegnate le tecniche da utilizzare in psicoterapia con l’ausilio delle foto.

Judy Weiser e Linda Berman (1993) hanno usato la “Fototerapia” in un setting di psicoterapia, al fine di facilitare la crescita e l’esplorazione del vissuto emotivo interiore mettendolo anche in rapporto al contesto famigliare.

Successivamente sia in letteratura che in pratica sono stati molti gli studiosi che si sono espressi favorevoli e convinti del potere terapeutico che hanno le foto. Oggi, sono davvero tante e varie le tecniche utilizzate in seduta a fini terapeutici. Gli scatti sono spesso usati all’interno del setting come stimolo psicoterapeutico, in quanto facilitante l’esplorazione del proprio mondo emozionale intimo, familiare ed anche del mondo extrafamigliare ristretto.

 

Bibliografia

  • Bermann L., La fototerapia in psicologia clinica. Metodologia e applicazioni. Edizioni Erikson, 1996
  • Carl Ramson Rogers, Terapia centrata sul cliente, Psycho (2000)
  • Demetrio D., Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano, 1996
  • Gerhild von Staabs, The Scenotest: A Practical Technique for Understanding Unconscious Problems and Personality Structure, Hogrefe & Huber (1991)
  • Heinz Kohut, Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio-Ubaldini (1986)
  • Jacob Levi Moreno, Manuale di Psicodramma: il teatro come terapia, Astrolabio (1985)
  • Jo Spence, Putting Myself in the Picture: a Political, Personal and Photographic Autobiography, Camden Press (1986)
  • Jung C. G., L’uomo e suoi simboli, Longanesi, Milano, 1980
  • Marshall McLuhan, The Medium is the Massage: An Inventory of Effects with Quentin Fiore, produced by Jerome Agel 1967; 1st ed. Random House; reissued by Gingko Press, 2001. ISBN 1-58423-070-3.
  • Piccini F., Ri-Vedersi, guida all’uso dell’autoritratto fotografico per la scoperta e la costruzione del sè, Red Edizioni, Milano 2008
  • Piccini F., Tra Arte e Terapia, utilizzi clinici dell’autoritratto fotografico, Cosmopolis, Torino 2010.
  • Terry Dennett, The Wounded Photographer: The Genesis of Jo Spence’s Camera Therapy, Afterimage nov-dec (2001)
  • Tucker J., ‘Diamond, Hugh Welch (1809–1886) ’, Oxford Dictionary of National Biography, Oxford University Press, 2004, accessed 2 Oct 2013
  • Terry Dennett, Jo Spence’s camera therapy: personal therapeutic photography as a response to adversity, European Journal of Psychotherapy & Counselling (2009)
  • Weiser J., PhotoTherapy Tecnique, exploring the secrets of personal snapshots and family albums, PhotoTherapy Centre Publischers, Vancouver 1999. (Fototerapia. Metodologia e applicazioni cliniche, Franco Angeli, 2013)
  • Weiser J., Photography as a verb in “The BC photographer”, 1975, disponibile al link: phototherapy-centre.com.

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Gomorra – La serie, tra intrapsichico e reale

Gomorra – La serie

La serie televisiva italiana è ispirata dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano e da lui ideata con Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi e Giovanni Bianconi. Diretta da Francesca Comencini, Claudio Cupellini, Claudio Giovannesi e Stefano Sollima; inoltre sembra che alla stessa Comencini sia stato affidato il compito di sviluppare e gestire la presenza delle donne in azione nella seconda stagione dove sino ad ora (puntata 3 della seconda serie) esse prendono grande spazio sulla scena. I primi 12 episodi sono andati in onda nel 2014; la seconda serie è invece in onda su Sky Atlantic a partire dal 10 Maggio 2016. La serie è prodotta da Sky, Cattleya e Fandango con la collaborazione di Beta Film. La prima serie si è focalizzata su due gruppi opposti nella guerra della Camorra, il clan dei Savastano e l’alleanza degli Scissionisti, in lotta per il controllo della zona e dei vari traffici di stupefacenti e armi, proprio come accade da sempre nella maggior parte delle realtà criminali.

gomorra zz ok taranto psicologia ZinziLa serie ha ottenuto un grande successo in tutto il mondo ed è stata venduta in più di 120 paesi, merito di tutto questo, è sicuramente la trama, la qualità del prodotto e degli attori ma anche degli “agganci” che a livello intrapsichico la serie ci offre. Viviamo infatti in un’era in cui siamo molto scoraggiati dal nostro paese, dalle istituzioni, dalla corruzione, dalla mafia, dal lavoro… ormai la possibilità di informarci e studiare qualsiasi argomento ci interessi, ci ha portato ad essere informati anche sulla realtà criminale. Gomorra infatti ci “materializza e ci fa vivere” quello che è nascosto ma che noi già sappiamo o comunque abbiamo intuito a livello cognitivo sulla nostra “realtà” e sui suoi meccanismi perversi; è noto che il “pensiero per immagini” (quindi anche quello cinematografico) si differenzia dal pensiero realistico o concettuale, proprio perché è molto più vicino alle sorgenti pulsionali dell’individuo. Tale pensiero seppur talvolta si discosta dal piano di realtà e quindi dall’Io cosciente sembra essere invece vissuto come più reale sul piano emotivo.

Così come la serie ci romanza, anche la nostra società è intrisa da atti di forza e prepotenza, dalla legge del più potente (che naturalmente non significa il più corretto) e da tante umiliazioni e costrizioni illegittime che spesso lasciano trionfare il “Male”. Tale situazione ci lascia impotenti anche se abbiamo il desiderio represso di reagire. E’ noto che gli spettacoli che attirano più pubblico sono proprio quelli che smuovono quei desideri più profondi, intimi e nascosti che non vogliamo o possiamo soddisfare nella vita reale, ma a cui non riusciamo del tutto a rinunciare.

L’intera narrazione della serie con il suoi intrigo di storie e tradimenti rappresentano tutto quello che noi disprezziamo della realtà, l’indicibile, quello che nessuno vorrebbe mai esistesse ma che purtroppo è il “male dei nostri tempi” e come si vede sullo schermo è trasversale in tutti i campi sociali. La psicoanalisi e molti studiosi di cinema e teatro hanno collocato “le rappresentazioni visive” all’interno del mondo onirico, evidenziando il fatto che, lo spettatore viene quasi suggestionato nel rivivere ed immedesimarsi nei personaggi e nelle loro emozioni, riuscendo a raggiungere in questo modo, un certo grado di” appagamento psichico”. Sia il sogno che il cinema rappresentano, infatti, delle forme di evasione dal mondo reale in cui si vivono esperienze che nella realtà potrebbero farci soffrire o comunque che il controllo cosciente non ci dovrebbe permettere di compiere.

Come confermato dagli studi classici di origine psicoanalitica a livello psicologico lo spettatore subisce una duplice influenza psichica:

  1. Proiezione, ossia quel meccanismo tramite il quale lo spettatore ripone nei vari personaggi della trama i suoi desideri, idee ed aspirazioni
  2. Identificazione, ossia quel meccanismo tramite il quale lo spettatore assume e vive l’atteggiamento e le emozioni dei protagonisti.

Il risultato di questi due meccanismi psicodinamici sul pubblico sono: la catarsi e la suggestione.

Nell’intera serie appaiono raramente figure buone, tutti gli episodi sono animati da soli personaggi malvagi, doppiogiochisti e tutti intenzionati a raggiungere livelli di “Potere” sempre più malvagio. Pertanto, attraverso la catarsi, riusciamo ad accettare questo mondo sprezzante e violento riuscendoci quindi ad identificare con dei personaggi che, seppur siano lontani dal nostro modo di essere, gli si avvicinano, nei desideri frustrati di vendetta e giustizia personale repressi. Quindi visto che in Gomorra l’identificazione diretta con i personaggi della serie è quasi impossibile in quanto lontana dalla nostra coscienza e dai nostri valori più civili, essa comunque trova spazio nel nostro lato oscuro, più nascosto e ombroso, dove vengono riposti tutti quegli istinti non accettati dalla società ed anche da noi stessi.

Altro elemento catartico e suggestivo della serie è proprio la lingua napoletana. La suggestione offerta dalla lingua dialettale è quella di farci vivere le scene come più vere e integrando lo spettatore nella storia a cui assiste. E’ evidente come tutte le forme di dialetto riescano ad esprimere concetti anche complessi in modo molto semplice e diretto si pensi alle ormai celebri frasi: “Stai senza pensier !”, “stai cundent !”, “i sordi fann l’omm onest”, “vieniti a piglià u perdon”

Il mondo descritto nella serie ispirata da Saviano è intriso di elementi inaccettabili contraddittori e conflittuali: Gennaro da agnellino si trasforma in un feroce animale, Ciro e Genni da migliori amici a nemici, Ciro da figlio prediletto di Savastano a pecora nera traditrice, Ciro da marito premuroso a carnefice, molti personaggi da parenti diventano serpenti ecc. Questi elementi conflittuali hanno lo stesso sapore della nevrosi dei nostri tempi, con la fame di denaro e notorietà che spingono i più a fare di tutto per affermarsi.

Non ci resta che vedere come andrà a finire…………….

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Ipocondria-Disturbo d’Ansia di malattia

Continua preoccupazione di essere affetti da una malattia?
Ipocondria (DSM IV-Tr)
Disturbo d’Ansia di malattia (DSM-5)
Guarire dalla “malattia che non c’è” è possibile!

Ipocondria--ansia-di-malattia-dr.E.Zinzi-psicologo-taranto

Il termine ipocondria deriva dal greco ὑποχόνδρια, essa è una parola composta dal suffisso ὑπό che significa sotto e χονδρίον che significa cartilagine del diaframma costale: quindi già in antichità a conferma di quanto oggi sappiamo con certezza, il malore riguarda quindi l’addome sede delle principali emozioni, come la melanconia. Un disturbo caratterizzato dalla convinzione di avere una malattia, nonostante tutti gli esami medici siano negativi. Spesso il soggetto, nella sua mente, trasforma dei fisiologici lievi sintomi fisici, in segni caratteristici di qualche grave patologia. L’attenzione si focalizza sul sentire le proprie sensazioni corporee o segni fisici, producendo dubbi sulla loro natura, con il risultato di trovare similitudini con sintomi di malattie gravi. La preoccupazione riguardo la propria salute è costante, tendenzialmente catastrofica e difficile da regolare. La persona ha fatica a pensare ad altro, appare assorbito dai dubbi di malattia. Solitamente chi ne soffre pensa di essere una persona fragile, vulnerabile, debole, con basse difese fisiche. Si tratta tutto sommato di una credenza, che però, condiziona il senso della propria identità. Questa paura si sviluppa nella prima infanzia, a contatto con le figure significative di riferimento che, spesso, confermano questa immagine di fragilità. Si può manifestare in qualsiasi momento di vita ma compare spesso nella prima età adulta e nel passaggio all’età senile.
In psicologia e psichiatria tale disturbo è molto noto, nel 1958 lo psichiatra E. Wulff ipotizzò che negli ipocondriaci il corpo diventa l’espressione della paura di morire. Lo psichiatra ha evidenziato che nei pazienti studiati emerge sempre un’inquietante mancanza di fiducia nel sostegno del proprio corpo, infatti, gli ipocondriaci esigono dai medici prove, conferme e continue garanzie sulla propria salute.

DIAGNOSI
In psicologia e psichiatria tale disturbo viene trattato e nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM IV-Tr i criteri diagnostici per l’Ipocondria sono i seguenti:

  1. La preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una malattia grave, basate sulla erronea interpretazione di sintomi somatici da parte del soggetto.
  2. La preoccupazione persiste nonostante la valutazione e la rassicurazione medica appropriate.
  3. La convinzione di cui al Criterio A non risulta di intensità delirante (come nel Disturbo Delirante, Tipo Somatico) e non è limitata a una preoccupazione circoscritta all’aspetto fisico (come nel Disturbo di Dismorfismo Corporeo).
  4. La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo oppure menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.
  5. La durata dell’alterazione è di almeno 6 mesi.
  6. La preoccupazione non è meglio attribuibile a Disturbo d’Ansia Generalizzato, Disturbo Ossessivo-Compulsivo, Disturbo di Panico (Senza Agorafobia e Con Agorafobia), Episodio Depressivo Maggiore, Ansia di Separazione, o un altro Disturbo Somatoforme.

Specificare se con Scarso Insight:
se, per la maggior parte del tempo durante l’episodio in atto, la persona non è in grado di riconoscere che la preoccupazione di avere una malattia grave è eccessiva o irragionevole.

Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali in versione aggiornata DSM-5, l’ipocondria è stata definita “Disturbo d’Ansia di malattia”. Esso è distinto a seconda dell’intensità della preoccupazione di avere/contrarre una grave malattia, in assenza di sintomi somatici o se presenti solo in forma lieve.
I i criteri diagnostici sarebbero i seguenti:

  1. Preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia.
  2.  I sintomi somatici non sono presenti, o se presenti solo di lieve entità. Se è presente un’altra condizione medica o vi è un rischio elevato di svilupparla (per esempio in presenza di importante familiarità), la preoccupazione è chiaramente eccessiva o sproporzionata.
  3. È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e l’individuo si allarma facilmente riguardo al proprio stato di salute.
  4. L’individuo attua eccessivi comportamenti correlati alla salute (es: controlla ripetutamente il proprio corpo cercando segni di malattia) o presenta un evitamento disadattivo(per es., evita visite mediche o ospedali).
  5. La preoccupazione per la malattia è presente da almeno 6 mesi ma la specifica patologia temuta può cambiare nel corso di tale periodo di tempo
  6. La preoccupazione riguardante la malattia non è meglio spiegata da un altro disturbo mentale come il disturbo da sintomi somatici, il disturbo di panico, il disturbo d’ansia generalizzata, il disturbo di dismorfismo corporeo, il disturbo ossessivo compulsivo o il disturbo delirante (tipo somatico).

Specificare quale:
Tipo richiedente l’assistenza
Tipo evitante l’assistenza

AUTOVALUTAZIONE LIVELLO DI ANSIA DI MALATTIA Scarica il test.

anteprima-test-KFG-petry-azzardo-dr-ZinziNel testo “Conosci la tua personalità” di Hans Eysenck e lenn Wilson -2000, Tradotto da Magliano L. Editore BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (collana Superbur benessere), viene presentato un semplice e veloce strumento di autovalutazione del proprio livello di ipocondria rispondendo ad un elenco di domande. Ecco il riadattamento del Test  effettuato dal Dr.Zinzi.

PENSIERI E REAZIONI PSICOLOGICHE
I pensieri e le reazioni psicologiche che caratterizzano questo disturbo sono svariati; i più comuni possono essere:

  • Convinzione di non essere in salute
  • Si tende ad esagerare su vari sintomi.
  • Si ha la consapevolezza di essere disturbati da questi problemi ma non ci si riesce a controllare
  • Non si è consapevoli che si tratta di un disturbo psichico ma si è convinti di avere una seria malattia
  • La malattia che spesso ossessiona il soggetto ipocondriaco interessa le più importanti funzioni vitali.

– Il Cuore; si teme di avere un disturbo cardiaco, paura di avere un infarto, ictus ecc.
– Il cervello; si teme di avere delle funzioni cognitive compromesse.
– I polmoni, si teme di avere insufficienze respiratorie, pertanto si può rischiare di soffocare.
– Il soma; si teme di avere un grave problema alla pelle.
– L’apparato muscolare e scheletrico; si teme di avere una malattia invalidante avendo paura di non riuscire più a muoversi.
– La Vista; si teme di diventare cechi.
– Il sistema immunitario; si teme di essere contagiosi, di poter essere contagiati o di contagiare gli altri.

  • Si è completamente assorbiti dal disturbo e si passa diverso tempo a parlarne e a caccia della malattia. Si chiede a diverse persone o si ricerca in internet informazioni sui sintomi.
  • Rispetto al sottoporsi ad uno specialista ci sono due possibili reazioni. Una è quella di effettuare tutte le visite mediche possibili. Spesso l’ipocondriaco si reca dallo specialista certo di aver trovato la sua autodiagnosi precisa. Altra reazione può essere caratterizzata da evitamento delle possibili visite diagnostiche sicuri e impauriti di ricevere notizie nefaste.
  • Si cambiano diversi medici, con la convinzione che non siano bravi a trovare una malattia.
  • Il soggetto cerca e riesce a trovare persone che possano rassicurarlo, ma egli stesso non ne trae alcun giovamento, se non momentaneo.

COSA FARE
1. Non cambiare il proprio medico di riferimento dato che egli non riesce a risolvere la problematica,  infatti si tratta di un disturbo di natura psicologica non medica.
2. Evitare di cadere in “overload of informations” effettuando continue ricerche in internet, condizione che favorisce l’aggravarsi e la comparsa di nuovi sintomi disturbanti (cybercondria).
3. Evitare i vari media (tv, giornali ecc…) nei quali si affrontano malattie gravi.
4. Rivolgersi il prima possibile ad uno Psicologo specializzato in Psicoterapia. Lo psicoterapeuta potrà aiutare il cliente nella gestione dell’ansia e delle ossessioni, e successivamente lavorare per eliminarne le cause.
5.Qualora i pensieri fossero persistenti tanto da rendere impossibile al soggetto la gestione della sua normale vita quotidiana, appare opportuno rivolgersi ad uno psichiatra al fine di farsi prescrivere dei farmaci per alleviare la pervasività psicologica del disturbo e riuscire quindi ad affrontare un percorso Psicoterapeutico. Gli psicofarmaci generalmente somministrati sono i cosiddetti antidepressivi. I più utilizzati sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) – come per esempio la fluoxetina, la fluvoxamina e la paroxetina – e gli antidepressivi triciclici, come per esempio la clomipramina e l’imipramina.
6. Qualora il cliente non avesse la vera e propria coscienza della malattia ma solo il dubbio, inizialmente si rivolgerà ai familiari i quali possono aiutarlo offrendo una visione più oggettiva di quanto accade. In tal caso il paziente si sarà rivolto a ogni genere di medico specialista senza rivolgersi ad alcun professionista della salute mentale, pertanto i familiari, dovranno proporre uno psicoterapeuta nel modo più empatico possibile, evitando le ormai obsolete stigmatizzazioni (es.: sono pazzo, cosa dirà la gente ecc…).

LA PSICOTERAPIA
La tendenza generale è quella di maledire il proprio disturbo e i vari sintomi, invece dovrebbe essere condiviso il fatto che i sintomi psicosomatici devono essere “ringraziati” visto che essi rappresentano l’unico modo che il nostro corpo e la nostra mente sono riusciti a trovare per avvisarci delle nostre trascurate difficoltà. Spesso, la preoccupazione di avere una malattia si configura come una vera e propria ossessione, o se più lieve, rimane comunque correlata all’ansia e/o depressione.
In Psicoterapia, la cura dell’ipocondria è molto praticata. Le varie scuole di pensiero hanno ideato diversi modelli di intervento rivendicandone la paternità e l’efficacia. Ogni individuo è differente dall’altro, pertanto, ogni specifico approccio è più indicato ad un cliente o un altro.
Rivolgersi ad uno Psicoterapeuta ad approccio Integrato appare la scelta più semplice e indicata, proprio perché tale approccio tende a dare spazio alle varie tecniche dei differenti modelli, adattandole al cliente e alle sue particolarità, così come un abito viene cucito da un sarto.
La Terapia Integrata offre buone possibilità di prognosi e come in tutte le psicoterapie è necessaria la collaborazione da parte del cliente, il quale deve credere nel percorso che vuole affrontare, oltre che ovviamente, nel professionista e anche nella psicologia. Qualora il cliente si affacci alla psicoterapia con la convinzione che non potrà guarire, ogni sforzo di cura diverrà vano, lo stesso vale se “vuole essere guarito” delegando al terapeuta tutto il lavoro da fare senza mettersi quindi in gioco.
Lo Psicoterapeuta lavorando a livello cognitivo si occuperà quindi delle distorsioni cognitive. Cercherà di fare emergere nel cliente la consapevolezza degli errori di valutazione fatti circa i suoi stati psicofisici.
Anche attraverso tecniche di Psicoeducazione si affrontano le stesse tematiche insegnando al cliente e alla sua famiglia le caratteristiche principali del disturbo psichico in atto e i metodi migliori per guarire. I familiari, inoltre, vengono sostenuti offrendo loro dei consigli su come è meglio comportarsi nei confronti del loro parente.
In psicoterapia il problema viene anche affrontato a livello comportamentale cercando di costruire risposte alternative agli stimoli ansiogeni, oltre che le classiche strategie di evitamento. Si lavora inoltre su nuove sperimentazioni “sane” alternative e sostitutive dei comportamenti.
Attraverso l’esplorazione interna si cerca rielaborare elementi di vita traumatici e poco affrontati dal cliente che rappresentano le cause profonde del disturbo.
Come nella Psicoterapia Rogersiana tutto questo percorso viene affrontato cercando di essere il più vicini possibile ai bisogni del cliente, rispettandolo e stimolandolo nel suo percorso evolutivo di crescita intima.

Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders , Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana: Masson, Milano.
  • American Psychiatric Association (2014) Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali Quinta edizione (DSM 5). Cortina Editore
  • BASAGLIA F. (1956): Il corpo nell’ipocondria e nella depersonalizzazione, Riv. Sper. Fren. 80, 159.
  • Taylor S., Thordarson D.S., Jang K.L., Asmundson G.J.G. (2006). Genetic and environmental origins of health anxiety; a twin study. World Psychiatry, 5, pp. 47-50
  • Taylor, S., Asmundson, G.J.G. (2009) “Hypochondriasis and Health anxiety” in Martin, M.A., Stein, M.B. (a cura di) Oxford Handbook of Anxiety and Related Disorders, Oxford University Press.
  • Taylor, S., Asmundson, G.J.G. (2004) Treating Health Anxiety. A Cognitive-behavioral approach. New York, Guilford Press.
  • Taylor, S., Asmundson, G.J.G. (2005) It’s not all in your head. How worrying about your health could be making you sick and what you can do about it. New York, Guilford Press
  • Wells, A. (1999) Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia, Mc Graw Hill

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